6.2.09

CONFESSIONI DI UN SAGITTARIO per chi non conosce Pescara o la conosce troppo









Sagittario.
Pescara, è nata il 6 dicembre di ottanta anni fa. Sotto il segno sagittario, come me.
Non avevamo molto altro in comune, io e lei. E infatti ero certo che l’avrei lasciata. L’avrei lasciata non appena ne avessi trovata una meglio.
Una città migliore, più aperta, più eterogenea culturalmente e socialmente con più stimoli, con più idee.
Ero certo che, finita la scuola, a Pescara l’avrei lasciata, e a brutto muso, senza troppe spiegazioni. Questa relazione si era fatta troppo stretta per me, mi sarei dovuto liberare una volta per tutte dal suo abbraccio soporifero. Invece eccomi ancora a vedere albe e tramonti tramite i suoi occhi di cemento, ed è sempre nel suo corpo che i treni mi riportano, alla fine del viaggio.
Sofferenza, frustrazione, imborghesimento, arrendevolezza, rassegnazione?
Può darsi, ma non è detto.
Pescara o non Pescara?
Non è poi così importante.
Pescara rimane un paesino ottuso di fighetti e palazzinari o a Pescara la cultura e la socialità stanno rifiorendo con respiro europeo?
Non chiedetemelo, non oggi.
Oggi penso a ieri, a quando le serate non finivano mai e si spendeva poco e ci bastava così poco per essre felici e Pescara era una terra da assaltare, da mordere, dove tutto era così semplice e le notti erano sempre meravigliose e non finivano mai.
Perchè i nostri erano occhi di ragazzi, quindi pronti allo stupore, anche troppo.
Da ragazzo ero settario, radicale e intollerante, ma forse facevo bene e oggi un pò mi manco.
Eravamo una frega punk, ma proprio una frega. Ci si vedeva al vecchio parco Florida, per divertirci bastava uno stereo con una cassetta dei Ramones, due birrette e quella fortissima amicizia basata anche su una comune visione della società. Eravamo tutti brutti tranne le ragazze. Creste, borchie capelli colorati. Credevo fossimo così brutti perchè eravamo punk, mentre invece oggi, che al posto del chiodo ho una giacca e non ho più i capelli blu, continuo a non somigliare ancora proprio per niente a Johnny Depp. Ma neanche un pò. Forse stavo meglio prima. Spendevamo poco. Solo sottomarche. Non low-cost, proprio solo sottomarche. Di tutto, ma solo sottomarche. Non perchè eravamo consumatori consapevoli, solo perchè non tenevamo una lira. I soldi erano davvero pochi, i cinema stavano tutti chiudendo, i locali che ci facevano entrare erano sempre di meno, ma la notte restava sempre la nostra vera casa. Noi sempre più brutti, i buttafuori sempre più chic, ma la notte, la notte degli innamoramenti a senso unico, delle chiacchierate fino all’alba, delle risate e delle amicizie strette per l’eternità, quella notte rimaneva dalla nostra parte. E non c’erano i cellulari attraverso i quali i genitori potevano avvertirci che: “sguazzò mo ch’arturn a la cas’ t’apr’la coccia!!!”. Spendevamo poco per mettere da parte i soldi per andare l’estate a Londra, o nel fine settimana a Bologna, a quel concerto o in quel centro sociale ed eravamo presenti a tutte le manifestazioni, sui sedili piu in fondo possibile del pullman organizzato che parte dalla stazione vecchia sempre in ritardo per aspettare a noi. Tutto ci incuriosiva, di tutto si poteva e si doveva discutere: dalla letteratura alle sottomarche delle birre, dalla politica alle sottomarche delle birre, dal cinema alle sottomarche delle birre, dalle sottomarche delle birre alle sottomarche dei wurstel.
Poi la scuola finì, il parco Florida chiuse, crollò il nostro Muro di Berlino, e il suicidio di uno di noi, Daniele Salle, ci lasciò un vuoto imprescindibile, insormontabile. Niente poteva più essere uguale all’estate prima. Pescara ci apparve di colpo più ostile, più estranea, più soffocante, più insopportabile. Molti di noi andarono via, quasi tutti. Io persi mio padre e non avendo fratelli né sorelle né cugini né zii né nessun altro rimasi a Pescara a dare una mano a mia madre.
Restai a Pescara.
Sopravvivere a Pescara.
Dovevo sopravvivere a Pescara.
Mica pizza e fichi, cazzo.
Presi a scrivere tutto, di tutto, su tutto. Iniziai a scrivere di più e a viaggiare di più, perchè Pescara non era più niente per me, non offriva più niente, solo cemento, indifferenza, cretinate estive che scimmiottavano pallidamente la riviera romagnola. I buttafuori erano sempre di più e sempre più chic mentre io restavo brutto uguale.
Ma io scrivevo, scrivevo perchè sapevo che li avrei fottuti o se non li avessi fottuti me ne sarei fottuto, ma giacchè dovevo fottermene forse facevo prima a fottermene direttamente e così me ne sono fottuto, della città e dei suoi buttafuori chic, e inizia a scrivere per creare mondi e città che mi portassero più lontano possibile da quì. Ci stavo riuscendo. Nel 1998 pubblicai il mio primo libro, e quando un buffo programma di Canale 5 venne ad intervistarmi e mi chiese di parlare di Pescara la risposta non poteva che essere:
- Pescara? Fatti suoi.
Non mi sento affatto pescarese, e comunque non so che cosa significhi essere pescarese, a parte forse andare allo stadio ad odiare qualcuno... non so, poi prendere il gelato a Camplone... fare le multe a sfregio... dire spesso “ma guard’ a cullù”... queste cose quà, credo.
Non mi sento neanche italiano, magari un pò europeo mi ci sento, ma forse lo dico solo per essere alla moda.
- Sono europeo e adriatico. Me lo dai ‘sto bacio?
- No, devi sentirti almeno anche americano ed equidistante tra palestinesi e israeliani e non vedere differenze tra destra e sinistra.
- Ok allora mi bacio da solo.
Cultura?
Mmh...
Nel mondo e in Europa, culture, filoni letterari e di cinema, estetiche, generi musicali nascono e muoiono e rinascono e partoriscono altri generi mentre in Abruzzo si continua a buttare soldi nel solito recupero delle vecchie tradizioni, pizzi, merletti e antichi mestieri in piena era del cognitariato. Meno male che abbiamo l’arrosticino, il buon vino e una magnifica natura, ma su questo ho scritto anche troppo.
Negli ultimi anni sono tornato a rivedere i ragazzi e le ragazze con cui ho passato la mia adolescenza a Pescara, e cerco di vedere con i loro occhi e cerco di sintonizzare i miei occhi con i loro, e cerco di vedere questa città con lucidità, confrontandola sia con le altre tante città dove siamo stati che con quella immagine di città che avevamo negli occhi in quelle sere al parco Florida, o al Club 99, o al Base, o all’Altra Città. Quelle sere in cui si spendeva poco, ma davvero poco, e ci si divertiva tanto e la notte non finiva mai.
E i nostri sorrisi scemi la illuminavano tutta.
La illuminavano tutta quanta.
Cosa ne è venuto fuori?
Mmh.
Che ora siamo cresciuti, e che prima eravamo solo scemi?
No.
Personalmente, sono cresciute le pagine che ho scritto, gli arrosticini mangiati, il vino bevuto, le multe prese, ma le sottomarche continuo a preferirle agli originali. Qualche capello bianco è spuntato a salutare i miei semplici e banali trentunanni, magari ricordo meno bene qualche testo dei Ramones, ma neanche l’ombra di cedimenti fisici né mentali nonostante continuo a non trovare tempo né per lo sport né per la spiritualità.
Allora è l’opposto: prima eravamo i punk, eravamo i fregni e ora ci siamo imborghesiti?
Secondo me no.
Noi no, ma Pescara?
Pescara vive ora una sua primavera?
Be, di sicuro non è al suo inverno.
Il punto è che ogni città è troppo piccola per chi ama vivere, e per chi vuole vivere davvero. Per ognuno di noi ce ne vorrebbero cento di città. La città dove vivi ancora quei ricordi, la città dove andresti a lavorare, la città del tuo primo viaggio da solo, la città dove torneresti in vacanza, la città dove vive quella persona che ti piace così tanto o quella che hai amato anni fa e poi la città che non esiste, la città delle tue utopie, e infine la città dove ti arrivano le bollette.
Cultura?
Nessuna città può avere tutta la cultura che chi ha veramente sete di cultura necessita.
Così come nella vita avere un solo punto di riferimento, che sia un’ideologia, una religione, una persona o una sola passione é pericoloso per la salute della propria felicità, oltre che morboso e, diciamocelo, un pò triste.
No. Cento passioni, cento sogni, cento città dove far vivere il proprio cuore e le proprie attività.
E tra queste cento, secondo me, Pescara ci sta bene.
E’ una città borghese, affaristica, fighetta, ignorante, provinciale, presuntuosa. E’ una città piena di traffico, di smog, di palazzinari che vogliono sputare albergacci sulla spiaggia. Ma queste sono maledizioni che vanno fronteggiate su una scacchiera che è l’intera società globale, affrontate quartiere per quartiere e città per città. Non c’è modo di fuggirne. Non c’è appartamento nel quartiere di Kreuzberg a Berlino o di Camden a Londra o sulle Ramblas di Barcellona dove ti verrà garantito che non arriverà un De Cecco a costruirti qualche pupazzone davanti alla finestra.
Ci sono tanti ragazzi e ragazze nelle cui vene scorre il sangue di tante città, di tante esperienze, di tante vite, di tante possibilità.
Alzare gli occhi oltre la torre civica, guardare oltre, più in alto e più lontano.
Vivere a Pescara senza morire pescaresi.
Mescolare il nostro sangue con il sangue del mondo.
L’identità è fluttuante e permeabile, mi spiace per gli ariani.
Muoversi, spostarsi, translare, viaggiare.
Vattene, se hai i soldi per farlo.
Non ce ne vogliono necessariamente molti, ma di certo non ce ne vogliono pochi.
Vattene se non hai ancora messo radici.
Vai all’agippone a fare il pieno di benzina e vattene.
Magari però poi torna quì ogni tanto, così ci racconti.
Riportaci qualcosa.
Qualcosa di nuovo.
Qualcosa di vero.
Qualcosa di altro.
Dai, torna ogni tanto.
Torna perchè questa non è la peggiore delle città possibili.
Torna che ci raccontiamo ciò cui abbiamo abbeverato lo sguardo, il cervello, le labbra, le ossa, i sogni.
Torna, dai, che non si sta poi così male.
Poi se vuoi riparti, e magari verrò con te.
Nel frattempo ti aspetto quì, a Pescara.
Per adesso.
Finchè i supermercatini continueranno a vendere le mie sottomarche preferite.

..



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9.4.08

LABBRA AL NEON - PROLOGO


Conobbe una ragazza cieca
La amò e condivise il suo dolore
Poi vide una stella cadere dal cielo
Espresse il desiderio che lei potesse vedere.
Lei schiuse i suoi occhi quella stessa notte
E lo lasciò per sempre.

Antonin Artaud

IL VOLO DI GRIGORIJ


“La sua memoria si placa. Fino al prossimo plenilunio nessuno turberà il professore né il carnefice senza naso di Hestas”.
– Davvero un bel libro. Davvero. Peccato che adesso devo morire e non potrò consigliarlo a nessuno.
Così Grigorij chiude, con enfasi quasi marziale, l’ultima pagina de “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov.
La stanza era illuminata da una fila di candele sul pavimento fissate su bottiglie di vino vuote con la cera di vari colori sciolta e indurita su lati a formare variegati arabeschi.
Il resto della stanza è solo fumo e dipinti di gatti.
Gatti spaventosi e terribili.
Gatti che sembrano conoscere verità che l’uomo ancora ignora.
Grigorij amava dipingere nel tempo libero.
Dipingeva sempre e solo gatti.
Gatti fiabeschi, gatti inquietanti.
Gatti che conoscono verità che all’uomo sono precluse.
Gatti a volte troppo grandi per essere gatti, o con sguardi troppo maligni per essere creature di Dio.
A volte dipinge solo un particolare: una zampa, un occhio, una schiena inarcata che si staglia contro un cielo gonfio e livido, oppure solo una coda che guizza in una camera da letto del futuro, lucente d’ acciaio e fredda nelle geometrie.
Grigorij ha solo la sua canottiera nera a coprirgli i tatuaggi sul petto. Si guarda le braccia. Anche i disegni più netti sono ormai grinziti insieme alla pelle.
– Ma quanti anni ho? – si domanda con la sigaretta che gli vibra in punta delle labbra.
I tatuaggi sono il suo diario di bordo.
Ogni significativo momento della sua vita se lo è marchiato sulla pelle. Ha ragionato su quali simboli avessero potuto racchiudere quel fatto, quelle emozioni, quella tragedia, quel dolore o quel trionfo e poi se li è fatti tatuare. Con il suo piccolo spettacolo ha lasciato Valka per girare i continenti, e ha avuto modo di farsi tatuare da ogni tipo di persona.
Vecchi avanzi di galera, ragazzine rockettare, clandestini, professionisti, una bella signora giapponese, un italiano alcolizzato e diversi grassi bikers.
L’unico tatuaggio che non guarda con piacere, l’unico contro cui neanche il ruvido passare degli anni sulla pelle ha potuto nulla, è quello lungo l’avambraccio.
Le dodici cifre con la data e l’ora del giorno nero di Vittoria.
Grigorij ha sempre affrontato i suoi viaggi con pochi euro in tasca, e chiedeva sconti a tutti in cambio dei biglietti per i suoi spettacoli o in cambio della restante metà della sua bottiglia di rhum.
A molti faceva solo un’immensa pena, altri ne erano spaventati e coprivano gli occhi ai loro figli, disgustati non tanto dalla sua spaventosa magrezza e dai tatuaggi quanto dalla sua schiena flessibile, snodabile, deformabile.
Deforme.
Proprio grazie ad essa ha raggiunto la fama nei freakshow e negli spettacoli burlesque delle periferie di mezzo mondo con il nome d’arte de Lo Straordinario Serpentino.
Dovrebbe ringraziare la Centrale.
Si è suicidata regalando un fallout radioattivo e novanta anni di contaminazione a tutta l’area, ma ha fatto anche abbassare drasticamente il costo degli affitti e i poveracci come lui, e come Mich Sarah e Ribka, non hanno potuto far altro che riavvicinarsi a quei luoghi.
Ora dallo stereo nella stanza accanto sfumano, tra i primi raggi del mattino, le ultime veloci note di Lust for Life.
– Dovevo leggermelo prima, tanti anni prima. Avrei anche fatto colpo su Ribka. Mi avrebbe chiesto se conoscevo Bulgakov e io le avrei risposto: “Ma certo, tesoro. Ricordo anche a memoria l’ultima frase de “Il Maestro e Margherita”. Senti qua…” E le avrei trafitto il cuore. Bah, non diciamo sciocchezze. Un freak è solo un freak, anche se è freak che ha letto Bulgakov.
Grigorij è in piedi ad infilarsi la sua camicia preferita, quella viola che gli ha regalato Chrome quando lo ha ospitato per un mese in Germania. Avrebbero dovuto rivedersi tra due anni, a mezzanotte, qui a Valka, sulla tomba di Vittoria, insieme agli altri.
– Spero non si offendano, ma la pace che ci siamo promessi non sono riuscito a sentirla in nessun luogo. Mai.
Pensa mentre si abbottona con calma la camicia.
Poi prende le sigarette, esce dall’appartamento e sale le scale fino alla terrazza sul tetto.



La terrazza sul tetto.

Ampia e vuota.
Contro il rosso del cielo che recede, le aguzze cime delle montagne di Gaizinkal che stringono Valka formano una linea irta di punte come l’elettrocardiogramma di un giorno che muore.
Fa freddo.
Puzza di smog e immobile indifferenza.
Dall’altro lato, il cavalcavia dell’autostrada, fiancheggiata da alti cartelloni pubblicitari, dove marciano i camion a portare in giro, come diceva Vittoria, la “polvere del mondo”.
Lo sguardo di Grigorij, si abbassa sul complesso dritto di fronte a lui: il titanico stabilimento color Bario 131 della Painstav, attraversato da un velo di nebbia appena percepibile. La fabbrica che da lavoro a tutti i giovani e i meno giovani di Valka.
– Grande bastardo di quindici piani, mi hai privato della luce per tutti questi anni.
E sputa giù.
Poi si accende una sigaretta contemplando quel brontosauro di lamiere annerite e tubi tra i quali si stagliano tre lunghe sporche ciminiere come tre nere dita mozze a ghermire il cielo. Il cuore di tenebra di questo paesino di metallo, ruggine, fumo, freddo, fame, carbone, radioattività, violenza, sesso clandestino, malattie dell’apparato respiratorio e un ridicolo cartello alle porte della città:

Benvenuti a Valka
Comune amico del Nucleare

Estinta la sigaretta, sputa il mozzicone.
Poi si sfila l’anello. Un sinistro cerchietto di metallo annerito coronato da un acuminato uncino. Lo getta di sotto.
– Prego, prima tu – sibila tra i denti.






Settimo piano, l’attico.

Mentre Grigorij precipita, i suoi occhi vengono feriti per un istante dalla sfavillante luce riflessa nel collier di Vaira Gunvaldis che alza il calice sfavillante in sintonia con suo padre, il colonnello Gunvaldis e con una ventina di sfavillanti ospiti. Lo sfavillìo incantevole sul collo di Vaira si riflette nello sfavillìo del sorriso di Armand, il portaborse di suo padre.
– É fatta Sindaco! Ora comandiamo noi. E da domani sono cazzi loro.
Lo sfavillare incantevole della luce della gioia di Armand si riflette sullo smeraldino in bocca alla testa di leone d’oro che troneggia sull’anello d’oro dell’anziano Janis, che pizzica senza sosta le guance del nipotino Lukas. L’anziano Janis ha imbustato e spedito insieme ai suoi tre figli quattromiladuecento e due lettere agli elettori e ha poi distribuito migliaia di sfavillanti santini elettorali per il candidato sindaco colonnello Gunvaldis al mercato del Parco 36, poi sulla piazza del Cavallo Buio, all’uscita della Painstav, alle scuole, davanti alla chiesa di padre Manfred, nel quartiere Bianco, dentro allo Snack Bar Poe, al Coral Club e ovunque transitasse qualcuno che abbia diritto di voto. Da quello sfavillante smeraldino la luce si riflette sulla montatura d’oro degli occhiali di Srecko, fidanzato storico della figlia Vaira nonché autista del neo-sindaco Gunvaldis. Srecko guarda la sua fidanzata con occhi colmi d’amore e soddisfazione pensando:
– E se manco adesso mi sposi, puttana alcolizzata, ti passo sopra con la macchina tante di quelle volte che finalmente potrai farci credere di essere dimagrita.
La montatura degli occhiali di Srecko sfavilla incantevolmente oltre filari di perfetti scaffali in acciaio e tek strepitosamente privi di libri, utilizzati per reggere vasi di fiori, riviste di moda di diversi formati, fino al solito eterogeneo zoo di bomboniere di cristallo.
Deflesso da una piccola sirena di cristallo, lo sfavillìo schizza fino alle unghie smaltate d’argento di Nataljia Gunvaldis, moglie ufficiale del colonnello Vladimir Gunvaldis che pensa:
– Dio, ora che torno da quell’arpia di commessa che non voleva farmi lo sconto, ora che ci torno che sono la moglie del nuovo Sindaco di Valka, mi faccio leccare i piedi fino alla prossima legislatura.
Finchè lo sfavillìo giunge al capolinea, infrangendosi nei magnifici lucidi occhi vincenti del nuovo sindaco, il colonnello Vladimir Gunvaldis.
– Ho vinto io. E ora che mi levo dalle palle ‘sta mostra-mercato di zerbini umani, andrò a far sentire a Giulietta come scopa un vincente.



Sesto piano

– Finalmente – pensa in un’istante Grigorij, mentre prosegue la caduta – finalmente vedo quel diavoletto.
Grigorij non aveva mai visto in faccia il bambino che viveva al sesto piano, ma lo beccava sempre a sgattaiolare via dal suo apprtamento dopo avergli svaligiato il frigo quando lasciava la porta aperta andando a buttar giù l’immondizia.
Il piccolo Jan, avvolto in una lacera giubbetta militare di un qualche ex-esercito smantellato, ha la testa fasciata, un lato della faccia gonfio e il labbro rotto. Trema scosso da brividi e suda appoggiato con le braccine al davanzale.
Aspettando il corpo di Grigorij.
Come Grigorij viene giù, Jan gli fa cenno con la mano, sorridendo.
– Ciao Serpentino. E Grazie di tutto.



Quinto Piano

Al quinto piano la saracinesca è abbassata.
Peccato pensa Grigorij.
In ogni caso Lo Straordinario Serpentino non avrebbe potuto dare il suo fulmineo saluto al vecchio Dimitri poiché il suo cadavere si sta decomponendo sul letto ormai da nove giorni.
Maru, il figlio, lo chiama solo a fine mese, quindi se ne accorgerà tra circa un paio di settimane.
Ogni venerdì il vecchio manifestava delle brutte macchie alla base del collo e sui polsi. Sempre e solo di venerdì.
Maru si limitava ad obbligare il vecchio a non fumare più la pipa con vari urlati diktat solo per esercitare su di lui un po’ di autorità.
In realtà ogni giovedì pomeriggio Dimitri invita Jelena a fargli visita nel suo appartamento. In realtà Jelena si chiama Giulietta, ma il vecchio preferiva chiamarla con il nome del suo primo amore sbocciato ai tempi della Scuola Primaria di Tomsk. Quando si vestiva sempre con le sdrucite camice di flanella a quadretti grandi di suo padre, dimenticandosi puntualmente di abbotonare almeno una delle due punte del colletto. Non rivide più Jelena, ma il ricordo di lei crebbe durante gli anni passati a lavorare nella base militare di Ventspils. Crebbe nei suoi pensieri e nello stretto albergo del suo cuore, collocandosi nella suite di “colei che sarebbe stata la donna giusta, la donna che mi avrebbe reso felice”.
E se finalmente, dopo tutti quegli anni, il vecchio Dimitri era riuscito a sedurre Jelena, di certo non poteva permettersi le figuracce dell’età.
Per questo motivo ogni giovedì, dopo aver sistemato per bene i bottoni del colletto della camicia, s’imbottiva di Viagra.
Mostrò ben presto, però, i sintomi di un’allergia che si fece sempre più aggressiva.
L’allergia al Viagra lo aveva messo in guardia tante volte con quelle macchie alla base del collo e dei polsi, ma il vecchio Dimitri non aveva alcuna intenzione di farne a meno perché non poteva di certo deludere la sua Jelena, che lo ha aspettato per oltre sessant’anni.
Nove giorni fa, poco dopo che Jelena era tornata a casa, iniziò a sentirsi la pressione particolarmente bassa e la laringe sembrava gonfiarsi rapidamente fino a ostruirgli il respiro.
Senza telefono né cellulare, crollò a terra cercando di raggiungere la maniglia della porta con le sue mani che diventavano sempre più scure e gonfie.
Comprendeva bene che lo shock anafilattico lo stava uccidendo, ma nei suoi occhi brillava ancora, piena e inossidabile, la soddisfazione di aver avuto, seppur negli ultimi mesi di vita, la donna dei suoi sogni, la donna giusta, la donna che amava fin dall’adolescenza.
– C’è gente che vive, lavora e poi crepa senza mai averla avuta ‘sta fortuna.
Si disse Dimitri prima di soffocare.



Quarto piano

L’appartamento di Grigorij. La porta d’ingresso si apre e Dola, sua figlia, fa capolino all’interno. Per un maledetto frammento d’istante, il suo sguardo incrocia quello del corpo del padre che precipita. Cadrà in ginocchio, si getterà a pancia a terra e non avrà più il coraggio di rialzarsi. Lo shock la condurrà a trascorrere il resto dei suoi giorni nella casa di Cura di Villa 36, costantemente distesa sul freddo pavimento di mattonelle grigie, senza mai più volersi alzare.
Per paura di cadere anche lei.



Terzo piano

L’appartamento è completamente vuoto tranne per un robusto gatto rossiccio che attende in un angolo. Uno dei “modelli” preferiti di Grigorij.
Sul pavimento è disegnato con della vernice rossa un immenso numero trentasei.
Nell’aria filtra del jazz in filodiffusione.

Fly me to the moon
And let me play among the stars
Let me see what spring is like
On Jupiter and Mars

Il gatto rimane fermo immobile come un vero professionista.
Spera che la risposta che ha tracciato possa essere ultile a Grigorij
quando raggiungerà
l’inferno.



Secondo piano

La finestra è aperta su una stanza buia, un telefono squilla a vuoto.
Un paio di forbici luccicano ai piedi di un grosso specchio tribale, triangolare, con la cornice di ebano nero intarsiato.
Nell’istante in cui precipita, Grigorij si riflette nello specchio, e si vede morire.



Primo piano

Al primo piano le finestre sono aperte su una tendina gialla maltrattata dal vento con il logo di una marca di patatine.
Il divano è lacero in più punti, le pareti sono dipinte d’azzurro da un pennellaccio affetto come minimo da alopecia. Accanto al frigo, tempestato di magneti come se avesse il morbillo, era appeso un grande quadro fatto di Grigorij. Raffigura una sinuosa gatta moschettiera che mena un fendente all’aria con tanto di cappello nero a falda larga con piuma, indossando provocanti stivali di pelle nera con tacco di lucido metallo.
Al posto delle pupille ha due minuscole mani rosse, dal palmo aperto.
Giulietta dormiva beatamente davanti alla grande Tv a cristalli liquidi, regalo del colonnello Gunvaldis, che, poggiata su una colonnina di finto marmo venato, trasmetteva a volume troppo forte un reality show dove un uomo in pigiama tenta di riprodurre l’inno nazionale lettone intonando Dievs, svētī Latviju! con i suoi rutti, per dilettare gli altri concorrenti e il pubblico a casa.
Giulietta non partecipa a questa ilarità, perché il suo corpicino di ventenne, che di anni ne dimostra a volte quindici a volte quaranta, riposa languidamente sul divano con una gamba bianca liscia che penzola fuori.
L’unico che non le abbia mai chiesto di fare sesso.
Almeno fino ad oggi.
Beatamente dorme, Giulietta, usando come improvvisato cuscino il bel vestito che le faceva sempre indossare il vecchio Dimitri. Dolcemente dorme Giulietta ma non sogna né principi azzurri né una vita migliore. Sogna solo una grande, gigantesca, immensa coppa di gelato alla stracciatella e cocco con due belle cialde conficcate come due antennine. Sogna quella bella coppa di gelato, la celebre “coppa super-gusto” che la mamma le comprava a Rīga ogni domenica d’estate.
Non doveva pensare a niente. Solo sorridere e mangiare il gelato e sporcarsi e sorridere e poi mangiare ancora.
Non doveva pensare a niente, né a piacere, né a guadagnarsi da vivere, né a scorticarsi via di dosso l’odore di quei porci né a nascondere bene i soldi, né a medicarsi i lividi.
Doveva solo affondare quel cucchiaione nel gelato, che gli colmava gli occhi di bontà e di golosa bellezza, e tirare su quel cucchiaione bello buono colmo di gelato e mangiare e mangiarselo tutto felice, sotto gli occhi felici e colmi d’amore di sua mamma, che non diceva nulla se non “è buono, vero, tesoro mio?”.
Non doveva pensare a farsi i test dell’Hiv ogni tre settimane per sapere se era viva o morta.
Non doveva fingere di essere una giovane ebrea da interrogare per il colonnello Vladimir Gunvaldis.
Non doveva immaginarsi che faccia potesse avere suo figlio, oggi che avrà sei anni da qualche parte nel mondo.
Non doveva pensare che quello psicopatico che chiama sempre alle 23.10 potrebbe entrare dalla finestra adesso e sgozzarla con un filo di nylon come le ha sempre promesso di fare.
No.
Lei doveva pensare solo a nuotare felice in quella bella grande coppa di gelato che nessuno le offrirà mai più.
Nuotare in quella grande bella coppa di gelato, lei piccola indifesa con la mano nella mano della mamma, e quando il gelato finiva, sarebbe tornata a casa a mettersi comoda per godersi due ore di colorati cartoni animati e la felicità e le risate e lo stupore sarebbero proseguiti stringendo sempre il caldo tepore della mano della mamma e tutto questo la faceva sorridere nel sonno, la faceva un po’ sorridere nel sonno ma le avrebbe reso insopportabilmente più amaro, molto più amaro l’odiato risveglio.

Grigorij in quell’istante ha voglia d’innamorarsi di Giulietta.
Ma in fondo lui non ha bisogno di lei, ne di nessun’altra, perché è Lo Straordinario Serpentino e domani tutti i suoi fan e tutti i suoi spettatori e tutti coloro che l’hanno deriso, amato, umiliato o reso famoso piangeranno per lui.

Ed è con questa speranza che Grigorij dedica a tutti loro un ultimo, definitivo, violentissimo bacio d’addio contro l’asfalto.

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5.10.07

IL DIVIN MARCHESE E LA REGINA DEL POP



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IL CATECHISMO DEL CONSUMO





Alcuni stralci dal Catechismo del Consumo “Vangelo secondo il Centro Commerciale” rinvenuti dal biodroide scout Rt-9 nella ricognizione ai confini sud-est del deserto radioattivo Cesium 137 dove, fino al primo quarto del XXI secolo, sorgeva l’Occidente terrestre.

di Philip K. Dick

(Traduzione di Giovanni Di Iacovo)

Le origini del Consumo illustrate ad un povero di spirito condannato alla lapidazione per il furto di una Playstation (dal Vangelo secondo il Centro Commerciale cap. 21,28-32).

… quindi, di Sabato, il Signore nostro Dio, la prima e più perfetta marca, la marca per eccellenza, una volta creata una terra priva di qualunque attrattiva, compra delle mele dalla dea della fertilità anatolica Cibele. Alcune le mangia lui; tre, invece, le rivende a prezzo solo lievemente maggiorato a Satana. Satana – archetipo, nella magra forma di un serpente, della malvagia sottomarca da discount per sottoproletari – ne mangia solo due e decide di rivendere la terza ad Adamo, in cambio della sua forza-lavoro. Satana, infatti, vuole piantare alberi di mele nell’Eden per esportarli all’Inferno dove, con tutto quel caldo, crescevano solo kiwi e papaye. Mentre ara e semina la terra, l’onesto lavoratore Adamo viene molestato da Eva, icona della consumatrice ingorda ma esigente, che vuole quella mela così bella, tonda e rossa.

«Ma aspetta che crescano gli alberi, dio buono! Ce ne saranno centinaia, ce ne abbufferemo!» dice Adamo.

«No. È bella. La voglio adesso» ribadisce Eva.

Il protocollo del progresso umano, basato sulla compravendita (iniziata da Dio, marca originale e unico venditore all’ingrosso, e proseguita con gli umani da Satana, la sottomarca), avrebbe dovuto perpetuarsi con Adamo che rivendeva a sua volta la mela a Eva la quale – non avendo denari né un granché di forza lavoro – avrebbe ricambiato Adamo con una congrua quota di favori sessuali. Quel fesso fricchettone di Adamo, invece, ad Eva la mela gliela regala, interrompendo il patto commerciale iniziato dal Signore e incorrendo nella sua collera fino a essere scacciati entrambi dall’Eden. Il momento fondativo del Catechismo del Consumo appare in questo modo un po’ triste, ma tra di noi ci sono anche le feste felici, come il Natale, cioè la Festa Nazionale del Consumo, dove al centro dell’adorazione non è più la Sacra Famiglia ma i tre magi commessi viaggiatori. Questi, dai tre angoli del mondo conosciuto, vengono informati da una stella cadente, simbolo dello spionaggio industriale: “grossi affari in medioriente!”. Danno quindi inizio al commercio internazionale portando al Re dei Re a Betlemme, in Palestina, cataloghi di pannolini e prodotti per la prima infanzia. Dopo queste parabole, devi conoscere i sacramenti, che marciano di pari passo con la crescita e l’educazione del giovane compratore. Con soli cento punti-spesa sulla tua Carta Clienti d’Identità clienti puoi ricevere il battesimo, che consiste nel marchiarti la chiappa sinistra con un bel codice a barre ricavato dal tuo nome. Con 500 punti riceverai la cresima, ma non potrai sposarti se non hai accumulato almeno 1200 punti. Matrimoni, per così dire, riparatori, si possono celebrare anche con 900 punti, ma si deve recuperare con una lista di nozze extra lusso. Per l’estrema unzione, invece, ci vogliono... a proposito, giacché tu devi morire... quanti punti Cliente hai?

David l’acquirente viene guidato tra le meraviglie delle miniere di Salomon Auchan (VCC 53,21-35).

Scivolammo sotto una piccola arcata accanto al privè e ci ritrovammo in una saletta esagonale illuminata con al centro un tavolo colmo di alambicchi e una specie di grande ampolla collegata, tramite tubi, a diverse sfere di vetro con dentro del liquido in ebollizione. Rubinetti, contagocce, due bariel pressurizzati in vetro e una fila di provette. Tutto immerso nell’allegro rumore di un continuo ribollire. In realtà capii subito, ma lasciai che me ne parlasse Re Salomon Auchan in persona, per non interrompere la carica positiva del suo tono inebriato.

«Questo modello in scala ridotta, perfettamente funzionante, riproduce il sintetizzatore del gas segreto che viene da sempre diffuso in ogni centro commerciale che si rispetti: l’Assenzio dell’Acquisto. Quel gas assolutamente incolore e inodore che circola permanentemente in ogni reparto per essere fatto inconsciamente respirare ai clienti nei loro giri. È il famoso gas che conduce a quella bizzarra ma utile turba mentale per la quale entri in un ipermercato con l’intenzione di comprare un pacco di farina e del latte parzialmente scremato ma poi torni a casa con un triplo lettore divx con home theatre e schermo da cinquanta pollici a cristalli liquidi in offerta, un cluster di sette Xbox in promozione, tre mensole di granito praticamente regalate, la racconta delle orazioni di Roosvelt a un prezzo ridicolo e che oltretutto ti garantisce l’omaggio della biografia di John Lennon scritta al contrario per evocare Satana. Naturalmente il gas va dosato per riequilibrare le vendite da un reparto che va alla grande ad uno che fa pochi affari del tipo: Abbiamo decine di paia di slip commestibili ancora invenduti... intensifica il gas nel reparto slip commestibili e abbassalo in quello canottaggio!. Queste sono le strategie dell’acquisto a catena che ci hanno portato all’odierno potere parareligioso. Ora usciamo, ti faccio vedere uno dei miei pezzi preferiti».

In una stanzetta illuminata da un fascio di luce gialla, sopra una colonnina lavorata, luccicava quello che mi pareva un grazioso forno a microonde collegato a quattro batterie ad acido.

«Bello, eh? L’ho ribattezzato il fornetto del “non tutto il male viene per cuocere”.Ti spiego. Alcuni giorni dopo la distruzione di Bologna ad opera degli androidi anti-lavavetri del Buddista Nero, rivoltatitisi contro tutta la città, fu sperimentato per l’ennesima volta un congegno che avrebbe dovuto permettere viaggi temporali. Quel giorno ci fu un successo iniziale. Il congegno poteva permettere il viaggio nel tempo, ma solo a creature piccole come gattini o neonati e comunque fino a non più di dieci giorni nel passato. Inutile ai fini della salvezza dell’umanità, ma utilissimo per tutte le nascenti città-ipermercato commerciali. Grazie a questo prodigio, possiamo portare i prodotti ormai scaduti dieci giorni indietro nel tempo fino a quando erano ancora acquistabili. E smerciarli a prezzi rasoterra. Discreti guadagni e tanta salute in più ».

Il monito della saggia madre alla figlia primogenita che va in sposa ad un uomo che vive oltre le Mura di Gericoop, la città-centro commerciale (VCC 43,9-15).

Tesoro, fuori non è come qui dentro le mura di Gericoop. Nessuna sorridente ragazza sui pattini passerà a suggerirti dove andare e se camminerai tra gli alberi dopo il tramonto e se qualche lugubre individuo aprirà davanti a te il suo impermeabile chiedendoti: vuoi assaggiare? be’, credimi, tesoro: non è un promoter. Sul continente, oltre le mura del centro commerciale, le distanze sono enormi, la scelta è limitata e non avrai alcun potere nonostante i tuoi punti-fedeltà sulla Carta Clienti d’Identità. Il giorno che alzerai gli occhi e al posto degli arabeschi di neon del soffitto troverai il cielo, non credere a chi ti racconta la favola della natura e della libertà. Quelle nuvole sono algoritmi e quelle stupide rondini ologrammi, che vendiamo pure noi, a soli 5 euri l’una, nel reparto Holoworld di papà.

Il canto d’amore della giovane cassiera del reparto articoli da regalo per redditi medio-alti innamorata all’addetto sicurezza del reparto cellulari monodimensionali (VCC 69,11-19).

I miei sogni danzano al ritmo della luce elettrica, la mia vista vuole perdersi tra ciò che io posso acquistare.

Io sono ciò che compro, vivo per possedere.

Quando vendo mi arricchisco, quando compro mi arricchisco.

Quando porto a casa un buffo animaletto di cristallo disegnato da Vivienne Westwood mi arricchisco.

Io sono di più, se ho un buffo animaletto di cristallo disegnato da Vivienne Westwood. Quel buffo animaletto di cristallo disegnato da Vivienne Westwood mi da il buonumore.

L’acquisto è cibo per la mia anima.

E lo è anche per te, lo è per tutti, piccolo mio, ma non posso seguirti fuori dal reparto che amo e che rappresenta il mio unico vero orizzonte. Ma ti voglio tanto bene e ti mando un bacio. Vieni a trovarmi quando vuoi. Faccio la cassiera, sono solo una dipendente, ma penso che un bel whisky potrò offrirtelo comunque. In bicchieri progettati da Fuksas e con cubetti di ghiaccio firmati Roberto Cavalli, naturalmente.

E se berrai tanto, amore mio, e se ti ubriacherai… stanne certo: sarà una sbornia di marca...”.






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ROCK'N'ROLL, PIN-UP, CUCINA MESSICANA E SESSUALITA' AUTOGESTITA -sul Summer Jamboree-






ROCK’N’ROLL, PIN-UP, CUCINA MESSICANA E SESSUALITA’ AUTOGESTITA
Reportage dal Summer Jamboree


Ci sono quelli che, come prendono sonno, sentono già lo sciabordio delle pale del Mulino Bianco ruotare nell’acqua del fiume e si abbandonano a desiderare di essere seduti accanto a quell’icona di donna alla Marta Flavi che ti versa lentamente il latte dove intingere i Pan di Stelle e gli Abbracci sorridendoti plasticamente come nel video Black Hole Sun dei Soundgarden. C’è chi, invece, come prende sonno si risveglia in uno sogno dai colori psichedelici allo schioccare della frusta di Betty Page che da il via ai Ramones per attaccare con il loro Blitzkrieg Bop mentre Tura Satana del film Faster Pussycat! Kill! Kill! marcia a versarti del Martini Rosso senza chiederti se ne vuoi.

Be’ se i tuoi sogni somigliano più a quest’ultimo, è ora che passi anche tu qualche giorno al grande festival Summer Jamboree di Senigallia.

Giunto ormai all’ottava edizione, per una settimana i residenti di Senigallia pare si dissolvano come nella Zona del Crepuscolo (o come in Fracchia contro Dracula, se preferite) mentre l’intera cittadina si trasfigura straordinariamente tornando indietro agli anni 40 e 50. Ma alla grande, mica una pagliacciata per turisti. Da tutta Italia ma anche dalla Germania, dagli Stati Uniti, dalla Spagna, dall’Inghilterra e anche dalla grande madre Russia, Senigallia viene invasa da cadillac e da ogni tipo di vettura vintage perfettamente funzionante dalla quale saltano fuori magnifiche pin-up (magnifiche in quanto pin-up) dalle frengette che ondeggiano sopra labbra di un rosso accesissimo, gonnelle corte bianche a pois rossi, camicette bianche legate con il nodo in vita e poi rockabilly di tutto il globo con il pomp, la classica banana ingellata e imbrillantinata dei rebels anni ‘50, con sotto jeans levi’s stretti (501 o 505) e scarpe Creepers. Abbinati a molto piu moderni tatuaggi coloratissimi di assi di picche, skull’n’bones, fiamme e ancora pin-up (pin-up tatuate su pin-up, una scatola cinese di frangette).

Ma non è uno sfoggio di feticisti, è tutta una città in festa totale. Ogni bar manda in loop cd swing e ogni esercizio aperto cerca di adeguarsi al clima anni ’50. Anche perché "Jamboree" viene dall'unione di jam e boy ovvero "marmellata di ragazzi" e significa, fondamentalmente, “gran bordellone”.

Il festival si articola in diversi luoghi di Senigallia, i concerti sono ovunque dalla mattina alla sera. A pranzo andiamo al Mascalzone, stabilimento sulla riviera dove si alternano band e dj set swing, surf e rockabilly, poi ti fai una passeggiata nei giardini sotto alla Rocca Roveresca, tra stand fuori dal tempo dove tribù di tutto il mondo vendono da Juke box, a quadri, a taglienti lingerie d’epoca a robba country, tra gadgets e abbigliamento nuovo e usato, sempre in stile anni 40 e 50. Poi si va in piazza dove troviamo barbiere e parrucchiera che eseguono tagli in stile rock’n’roll gratuitamente. E poi un po’ più giù ci registriamo per il corso pomeridiano di ballo boogie-woogie gratuito. E dopo aver ballato? Tempo di aperitivo in un altro locale all’aperto con dj set hillybilly e country finchè ti viene fame e scendi al ristorante Cajun a mangiare chicken fajitas con guacamole, e quesadillas, mentre, sempre nel ristorante, suonano gruppi tex-mex come Los Teribles de Tijuana. Dopodichè si va al Foro Annonario, la grande piazza di Senigallia dove si svolge la maggior parte dei concerti e dove, sotto al palco, al posto del pogo, si scatenano decine e decine di gambette e gonnelle rotanti e svolazzanti delle ballerine e ballerini di rockeroll acrobatico e di chi si cimenta come può ed è un grosso spettacolo davvero. Poi la sera si balla con concerti e dj set al Mamamia (discoteca rock tipo il Velvet di Rimini) o all’inquitante e affascinante complesso coloniale Finis Africae oppure festa in spiaggia con gare di limbo, collane di fiori, vino bianco e pesce fritto mentre suona l’ukulele della band i Belli di Waikiki, hula rock from Honolulu.

Quest’anno ci sono stati due eventi internazionali. Il concerto del piu-che-mitico pianista Jerry Lee Lewis con la sua band the Killers, ridotto però fisicamente molto male, pochi brani anche se stare li sotto e sentire Great Balls of Fire, dalla sua stessa voce, ti fa sentire davvero un atomo della storia del R’n’R.

E poi, il secondo evento è stato lo spettacolo della regina del burlesque Dita Von Teese.

Vado ad intervistarla qualche ore prima del suo spettacolo. Unica data in Europa, l’intervista era un privilegio concesso a poche testate come La Repubblica, The Sun e, naturalmente, il vostro Mente Locale!

Ma perché tanto interesse per Dita Von Teese? Perché è la moglie di Marilyn Manson? Perché è una bella femmina che molto probabilmente allo spettacolo ci farà vedere le tette?

No, a me lei non interessava più di tanto se non per quel tipo di cultura che rappresenta e diffonde.

Per la cultura di cui Dita Von Teese è figlia (non ha inventato niente ma ripropone meglio dell’originale) e di cui è in un certo senso portavoce internazionale (quindi merita stima).

Betty Page e le protagoniste del film di Russ Meyer di cui parlavamo prima, rappresentano l'anti-icona della "donna per bene", della perfetta moglie del Mulino Bianco, sia perché esibiscono la propria sessualità in un modo tutt'altro che implicito sia perché impongono la loro presenza sul mondo maschile giocando su un lato oscuro della sessualità che è molto più gustoso, gioioso, eterogeneo e intrigante delle banali “blonde bombshell” pop alla Pamela Andreson. Le spogliarelliste fumano il sigaro, portano il revolver nella giarrettiera e divengono assassine, tipacce, spietate contro i viscidi che le mancano di rispetto e in questo modo accendono sia immaginari maschili e femminili eterosessuali (sia vanilla che bdsm) che femministi e lesbici (si pensi alle L7, le Babes in Toyland, le Bikini Kill e il loro brano Rebel Girl, la scena riot grrrl di un decennio fa, il fumetto Tank Girl ma anche le dark ladies della letteratura mondiale e la presentatrice del TG3 delle 19 Maria Cuffaro), diventando oggetto di studio come nel caso del volume di Maria Elena Buszek “Pin-Up Grrrls. Feminism, sexuality, popular culture” (2006). Le raffigurazioni estremamente sessualizzate del corpo femminile, tipiche della cultura popolare, venivano create, diffuse e gestite durante la seconda metà dell'Ottocento dalle stesse pin-up (il termine deriva proprio dalla possibilità di “attaccare alla parete” quelle foto) che erano spesso attrici di teatro e che rappresentavano la "zona grigia" esistente nella dicotomia tra donna per bene (vittorianamente intesa) e prostituta (spogliarellista, ballerina, entraîneuse degli spettacoli burlesque). Queste donne frantumavano tale banale polarizzazione attraverso l'esposizione autogestita del proprio corpo nello spazio pubblico e contravvenendo all'equazione tra "donna in pubblico", ossia corpo femminile che viola la separazione tra spazio domestico e arena pubblica, e "donna pubblica" tramite l’autogestione del proprio corpo. E sottolineo l’autogestione, rimarcando che per me l’unico antidoto al dramma della prostituzione moderna è spazzare via lo sfruttamento criminale dei papponi introducendo case controllate, nel senso di costanti controlli sanitari e di polizia e facendo pagare le tasse alle donne che liberamente scegliessero questo antico mestiere. Tornando al burlesque, le attrici del teatro americano e inglese, in tempi in cui non c’era la webcam, furono le prime ad osare riprodurre la propria immagine, firmarla e distribuirla al pubblico degli spettacoli come carte da gioco, trasformandola, da un lato, in oggetto di culto (sessuale), e divenendo, dall'altro, icone della liberazione della donna dai lacci della morale pubblica e del dominio patriarcale.

Quelle donne, le attrici erano autonome sessualmente (liberatesi dall'istituzione matrimoniale), indipendenti dal punto di vista economico, organizzatrici di salotti e happening, nonché colte viaggiatrici. Una fra tutte l'ebrea americana Adah Isaacs Menken body-art performer ante litteram che morì a 33 anni nel 1868 lasciando queste magnifiche parole “Mi sono persa nell’arte e nella vita. Alla mia giovane età ho gustato la vita più di quanto altri abbiano fatto in cent’anni, quindi è con il sorriso che ora me ne andrò dove tutti vanno”. Quelle stesse donne, sul finire del secolo e all'apice del movimento suffragista femminile americano, vennero identificate con la New Woman, la donna nuova, consapevole e allo stesso tempo sessualmente attarente, mettendo definitivamente in discussione l'assioma secondo cui "la casa è l'ambito della donna".

Questa è l'epoca in cui cresce il numero delle donne laureate come quello delle lavoratrici salariate e del collasso conseguente del dogma sociale che naturalizzava la donna in quanto moglie e madre.

Eppure questo dogma sociale è ancora, nel 2007, il centro dell’azione politica dei vari partiti democristiani in Italia dove tanti predicano con furia divina l’imposizione della famiglia tradizionale e poi li beccano travestiti da camerierine tradizionali sulle tradizionali ginocchia di tradizionalissimi trans.

Ma torniamo a frangette, labbra rosso fuoco, tacchi rossi, corsetti, gonne corte e leggere, unghie lunghe, occhiali da segretaria, delle neo-pinup a spasso per Senigallia, un’estetica femminile dove forme perfette non contano affatto rispetto ai dettagli, ad alcuni dettagli precisi che sprigionano significati più sensuali di una taglia in più o in meno. Di qui la diffusione di comunità online legate al softcore burlesque e fetish come quello delle famose Suicide Girls e le spaghetti pin-up italiane Sickgirl dove, pur nell’esplicita anima commerciale, emerge un’estetica femminile in perfetta antitesi con lo stereotipo della velina.

Pamela Anderson, veline, i modelli americani di bellezza che ti fanno sembrare inadeguata solo perché non sei uguale a loro, le donne classificate a numeri di taglia, io tutta sta roba la odio quindi pure se non c’entra niente con il Jamboree scusate ma ce lo dovevo mettere.

In ogni caso, di tutto questo mondo delle pin-up e del burlesque, Dita Von Teese è la regina e la rappresentante.

Non troppo alta, vita da fakiro, magrolina, sorridente, risposte forti e decise ma mai arroganti.

Alcuni flash.

- Domande di altri giornalisti: mi scusi posso fare una domanda su suo marito Marilyn Manson?

- No, gliel fai quando lo incontri.

- Dita ma i tuoi genitori che dicono di questo lavoro?

- A quindici anni ero gia fuori di casa a trovarmi di che vivere.

Le mie domande, che a me parevano serissime, hanno fatto ridere Dita Von Teese che poi ha iniziato a fare lei domande a me mentre la simpatica sindachessa di Senigallia, seduta accanto a lei, se la rideva della grossa. Però sta storia ve la racconto di persona, che è meglio.

In conclusione non posso che dirvi che il Summer Jamboree è un bella vacanza fuori dal mondo e che Senigallia ci da un bell’insegnamento. Come una città di 44000 abitanti (un terzo di Pescara) invece che investire nelle solite boiate delle tradizioni locali, ha deciso di caratterizzarsi a livello internazionale per un tema, un mondo, una passione (come il nostro piccolo gioiello di Castelbasso) ottenendo centomila presenze (centomila, più del doppio degli abitanti!) nella sola edizione del 2007. E non che Senigallia non abbia le sue tradizioni, solo che non pesano sul presente. Ad esempio, una loro leggenda folk-metal narra del possente condottiero dei Galli, Brenno, che giunge a Senigallia, spazza via i Romani e la dichiara capitale dei Galli in Italia. La leggenda dice che nel momento di chiedere il tributo ai romani sconfitti, Brenno pose la sua spada su una bilancia e chiese il corrispettivo di quel peso in oro. Nei giorni del Jamboree del 2007, non c’è stato spazio ne per l’oro ne per le spade: su un piatto della bilancia c’era il pianoforte di Jerry Lee Lewis e sull’altro le scarpette rosse numero 38 con tacco a spillo di Dita Von Teese.

Eppure la bilancia si è mantenuta in perfetto equilibrio.

Magie del Rock’n’Roll.





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4.10.07

MISTERIOSO OMICIDIO A INTERCITY MAGAZINE -prima puntata -










PRIMA PUNTATA.

Bianco, sempre più bianco.

Ogni scalino sembra a Paolo Ferri sempre più bianco e splendente man mano che saetta su per arrivare all’ufficio di Intercity Magazine. Gli sembrano cosi bianchi e splendenti perché sente la goia dentro di se irradiarsi come una supernova su ogni oggetto. Sulla prima de Il Centro trionfava il risultato del sondaggio, l’ultimo sondaggio prima del voto di queste elezioni Comunali per Pescara 2013. Marco è in vantaggio. Marco ce la farà. Marco Santacroce sarà tra pochi giorni il nuovo sindaco di Pescara. Eppure, il centro-destra, dopo le ultime sconfitte, gli ha opposto un candidato d’eccezione come il giovane principe Emanuele Ciro René Maria Filiberto di Savoia in tandem con Lele Mora che punta all’ Assessorato al Personale con delega alle Saune per Soli Uomini.

Un programma, quello di Marco Santacroce, che si è rivelato vincente grazie a tre precisi punti programmatici:

- introduzione Quote Nere: posti in Giunta riservati a serial killer, ex-dittatori sudamericani e membri della famiglia Mastella;

- assegno di euro mille alle famiglie che chiamano i loro figli “Intercity”;

- abolizione di Alex Anconitano.

Paolo continua a telefonare a Umberto Palazzo per informarlo dell’imminente successo, ma all’ennesimo squillo a vuoto, si decide ad estrarre le chiavi dell’ufficio.

Spalancata la porta, l’ampia sala non è immersa nel solito buio. Le tapparelle sono serrate ma le pareti emanano luci come di una tenue discoteca. I quadri e i poster sono stati sostituti da decine di foto di Chuck Norris farcite da lucette psichedeliche. Sotto ogni icona sono stampati minacciosi slogan come “Chuck Norris non legge i libri. Li tortura fino a quando non ottiene le informazioni che gli servono” oppure “Quando Chuck Norris fissa il sole, è il sole a distogliere lo sguardo per primo”.

Come Paolo avanza per leggere, rischia per un pelo di inciampare in quelle che, bagnate dai colori intermittenti, si delineano come due pile di libretti con angoli bruciacchiati. Su ognuno il titolo recita: “Guida per lo Studente. Università degli Studi di Roma La Sapienza”.

“Ma che diavolo è successo qui dentro” si domanda sconcertato Paolo.

Individuato con nervosismo l’interruttore della luce, la stanza si accende rivelando qualcuno crollato su una sedia dietro una postazione.

Vincenzo D’Aquino, il direttore.

Come Paolo si avvicina, esplode in un urlo gettandosi in ginocchio dinanzi al suo amico e collega di sempre.

Qualcuno aveva reciso la gola a D’Aquino.

Nel pugno sinistro stringe una pagina dell’elenco telefonico.

Le pile di guide dello studente rovinano sul pavimento come Twin Tower.

Nella bianca e fredda luce del giorno successivo, Anita Di Biase entra in chiesa svettando esile sui suoi tacchi, stretta nell’ impermeabile con occhi gonfi di lacrime celati dietro lenti nere.

Stefano Fuggetta, alto accanto a lei, avanza in silenzio, a testa bassa.

Per amore di Vincenzo, oggi, quei due, non litigheranno.

Con un ultimo rombo a lutto, la moto di Gabriele Di Giovannantonio si arresta fuori dalla chiesa, e lui si sfila lentamente il casco.

Avanzando da dietro l’altare, sua eccellenza l’Arcivescovo Antonello Antonelli, ex co-direttore di Intercity, si palesa alla folla con un lento e maestoso incedere e fa cenno al suo chierichetto, Beniamino Cardines, di intonare un ultimo canto per Vincenzo.

La quiete viene però lacerata dalle urla di Giustino Tacconelli, che dal suo posto balza in piedi, col cellulare inchiodato all’orecchio:

- La scientifica... la scientifica… il rapporto… la gola… l’arma del delitto è un Cd… Vincenzo è stato… sgozzato con un compact disc.

In quell’istante Paolo Ferri nota l’assenza di Umberto Palazzo.

- Inoltre – prosegue Giustino - quella pagina che aveva in mano sembrava appartenere ad un elenco telefonico ma in realtà era…

Nel frattempo, però, come ipnotizzate da un flauto indiano, tutte le teste dei presenti si erano voltate verso l’ingresso della chiesa. La nera sagoma di una coppia impossibile si profila contro il freddo sole di quel sabato mattina.

Francesca Rotello, la vedova D’Aquino, marcia decisa all’interno, accompagnata a braccetto dal giovane principe Emanuele Ciro René Maria Filiberto di Savoia.

Entrambi sfoggiavano una spilla dorata raffigurante l’austero volto di Chuck Norris.

Le labbra di Francesca si tagliano d’un leggero, ambiguo sorriso e i suoi denti sono bianchi, sempre più bianchi, ad ogni passo più bianchi e splendenti.




..



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6.2.07

UNA QUESTIONE PRIVATA





31 ottobre 1995 (30 anni alla Scadenza)
Repubblica di Bosnia-Erzegovina
Città di Sarajevo, colline dei Soros

Dopo essersi legato i capelli con l'elastico nero che normalmente
gli funge da braccialetto, mio figlio Tomislav
prepara una sigaretta per sé e una per Vlado. In casa abbiamo
una grande quantità di tabacco, razziata i giorni successivi
agli scontri che avevano distrutto ..:namespace prefix = st1 ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" />la Marlboro in
città. I miei figli se ne erano riempite le tasche, le mani e poi
tutti gli zaini e le buste gialle e verdi dell'alimentari. Mancando
le cartine, Tomislav rolla le sigarette con ritagli di
giornale o con le pagine dei suoi vecchi libri di scuola. Non
troverete su queste sigarette alcun severo monito sui rischi
per la salute, ma potrete ripassare i principi dell'endotermica
o conoscere la cifra approssimativa delle donne stuprate
tra le macerie dello studentato nell'ultimo autunno.
C'è chi racconta che se le sigarette fossero mancate completamente
la nostra coraggiosa città si sarebbe arresa già
ai primi giorni di febbraio.
Victor non fuma, ma ha resistito fino alla fine.
– Questi sono gli ultimi sei. Noi siamo quattro. Come li
dividiamo, mamma?
– Uno per te, uno per Maja, due per Vlado e due per me.
Prendo in mano due proiettili. Decido quale spareremo
per ultimo. I miei figli sono intenti a sistemare le loro
armi sul tavolaccio della cucina mentre io, lentamente, porto
un proiettile alla bocca.
L'ultimo sarai tu. Questo proiettile sarà l'ultimo salmo
intonato al folle corteo funebre che stiamo conducendo da
quattro giorni e tre notti.
Bacio il proiettile e chiudo gli occhi. Sento la consueta
partitura di rumori metallici che le nervose mani dei miei
figli eseguono montando, smontando, pulendo e rimontando
le loro armi.
Mani delle mie mani.
Quelle mani aprirono con forza il portone arrugginito
il giorno che i quattro attori vennero a bussare a casa nostra,
sotto una fitta pioggia chimica. Indossavano ancora i
loro vestiti rossi e neri e avevano dei cappottacci buttati
sulle spalle. Erano scuri in volto. Una donna aspettava in
piedi, distante, sulla strada bagnata. Nell'istante in cui si
girò mi parve fosse ancora truccata e avesse una cicatrice
che attraversava perpendicolarmente le sue labbra sottili.
Il panno di feltro e il fil di ferro con il quale i miei figli
puliscono a fondo e con forza l'interno della canna dell'AK47
è forza della mia forza. Quella forza che impiegai un
giorno e una notte intera per cancellare la cupa striscia di
sangue dal nostro cortile. Gli attori avevano obbedito alle
ultime volontà di Victor: «Riportatemi da mia moglie».
Le curve nere tracciate dal suo sangue sulla pietra del
cortile erano ampie come i seni del fiume Miljacka.
A due passi dal robusto ponte di quel fiume, Victor,
senza alcuna divisa, aveva difeso il Teatro Nazionale. Dal
lunedì al venerdì, ogni sera dopo il tramonto, una piccola
compagnia di attori si ostinava a mettere in scena La Morte
e la Fanciulla, del cileno Dorfman. Il sabato mattina gli attori
sarebbero dovuti ripartire alla svelta, con quel po' che
avevano racimolato. Dovevano lasciare il teatro pulito e in
buono stato perché il sabato il Teatro Nazionale ospitava
le esecuzioni pubbliche degli oppositori politici. La domenica,
invece, era utilizzato per la trasmissione televisiva
collettiva, il programma più seguito di Kanal S, che il governo
ha deciso di proiettare ogni domenica, pubblicamente,
per creare consenso attorno alla propria politica.
Un talk show «all'occidentale» condotto dal giovane e brillante
Maximilian Pejic, fedelissimo del presidente Tudjman.
Ricordo le sue gaffe quando era solo uno speaker del notiziario
di una tv locale: «Le immagini mostrano i corpi di
cinque nostri consanguinei croati fatti a pezzi come cani.
Domani la commissione per l'identificazione si metterà al lavoro
». Come faceva un giornalista a sapere che quelle vittime
fatte a pezzi erano croate se l'identificazione sarebbe avvenuta
il giorno seguente? Pejic conduceva questa squallida
versione dei salotti americani alternando sul suo palco buffi
personaggi, con più o meno evidenti problemi fisici o mentali,
e bellissime popolane. Apparentemente un triste e allegro
circo, ma il talk show, i dialoghi, le domande di Pejic agli
ospiti, le loro risposte, tutto era subdolamente inquinato da
una sottile propaganda d'odio etnico. Odio veicolato da battute
preparate con cura e storielle inventate a dovere. Una
propaganda soft più capillare e anche molto più efficace delle
retoriche orazioni nazionaliste dei notiziari di regime controllati
dagli altri seguaci di Tudjman.
«Mira al giallo, mira al rosso, mira al giallo, mira al giallo...
bang bang bang, brava!»
Ricordo il petto nudo di Victor contro la mia schiena, e
il suo braccio magro, innervato, scuro e robusto che mi guidava
nel prendere la mira, dopo avermi illustrato con dolcezza
come impugnare un Fn-Fal, l'inclinazione che doveva
assumere il mio collo, i muscoli che potevo tenere rilassati
e la gamba che, invece, andava inchiodata a terra.
«Nel caso tu sia a casa con i ragazzi, quando io non ci
sono, e arrivi brutta gente.»
Sparavamo alla facciata anteriore di "Disneyland", come
era soprannominata la vecchia casa di riposo per anziani
dove nonno Karenin aveva trascorso i suoi ultimi
giorni, trionfo del kitsch totalitario dai chiassosi colori del
socialismo reale.
«Mira al rosso, mira al giallo, mira al rosso, mira al giallo...
bang bang bang, brava.»
Tomislav continua a rollare sigarette. Maja lo aiuta ad
appendere un suo quadro dipinto pochi giorni fa. Il successo
che hanno avuto, nello scorso dicembre, le sue opere
nella piccola mostra collettiva "L'Era del Vuoto" alla galleria
Sutjesca, vicino al cinema, gli ha conferito una rinno-
vata fiducia in se stesso e nella propria arte. Da allora, ogni
giorno, Tomislav passa almeno sei o sette ore a dipingere.
Divora i cataloghi d'arte contemporanea, adora Warhol,
Witkin e Giger e frequenta un circolo di artisti anarcoidi
con il mito del Giappone e di Mishima. Quella sua mostra
è stata un trionfo. La madre di Elsa, la sua ragazza, invidiosa
di tanto successo, ha detto che la gente è accorsa numerosa
solo perché si era sparsa la voce che offrivamo tazze
di tè caldo ai visitatori. Quel tè, effettivamente, è stato
un piccolo ma piacevole evento, in un inverno interminabile,
gelido e immobile, che non ci ha graziato mai di un
raggio di sole.
Mentre tutto moriva o sparava, nel Teatro Nazionale andava
in scena, per soli cinque giorni, La Morte e la Fanciulla,
sul dramma dei desaparecidos. La bellezza dell'attrice
dalle labbra sottili che interpretava il personaggio di
Pauline aveva fatto chiudere un occhio alle autorità sulle
possibili implicazioni di quelle denunce. E poi, in fondo,
erano solo cinque giorni.
Victor difendeva il Teatro Nazionale.
Victor fu ucciso il quinto giorno.
Victor voleva essere cremato, lo aveva ribadito tante
volte. Noi lo abbiamo fatto cremare, gliel'avevamo promesso.
Non voleva né pope né preti né mullah. Non voleva
medaglie, non ne avrebbe mai avute. Lui difendeva il
Teatro Nazionale di Sarajevo.
I pirati lasciano che le proprie ceneri siano gettate in mare,
noi abbiamo scelto per lui un diverso ultimo approdo.
Finalmente domenica. Sull'immenso telo bianco fissato
sul palco del Teatro Nazionale viene proiettata in diretta una
nuova puntata del popolare e sfavillante talk show che continua
a incantare i cuori dei cittadini di Sarajevo persino durante
i giorni di assedio. Il complicato proiettore sfrigola alle
spalle del pubblico e l'audio salta sulle consonanti troppo
aspre. All'interno, decine di uomini e donne stretti nel proprio
grigiore tingono l'aria di freddi respiri, mentre i loro occhi
rivolti verso lo schermo si colmano di colori quasi occi-
dentali e di appassionato, straordinario interesse. Il telo, ormai
non più integralmente candido come un tempo, presenta
una fastidiosa raggiera di grinze verso l'angolo in alto a destra.
Nonostante tutte le imperfezioni, la luce del deciso sorriso
di Maximilian Pejic arriva a illuminare anche le anime
di quella povera platea, concedendo a essa due ore e un quarto
di totale oblio dalla guerra.
Siamo pronti per l'ultima battuta di caccia. La notte ha
sempre lo stesso colore, sempre lo stesso rosso Sarajevo.
Senza le luci elettriche, solo qualche soros sulle colline,
fiamme e fuochi sparsi macchiano leggermente il cielo. A
volte un razzo di segnalazione o un proiettile tracciante
prende il posto delle lucciole per rischiarare due o tre attimi
di tenebra.
– Sì, piccolina, sono lucciole, proprio come quelle nell'orticello
di nonno Karenin. Ora dormi.
Vlado è l'unico dei miei figli che sa montare una pistola
da zero, cambiarne il tamburo e migliorarne le prestazioni
con vari trucchetti. Ha una grande passione sia per la
meccanica sia per l'elettronica. Pochi mesi dopo che gli
avevano regalato il baracchino conobbe Nina, una ragazza
di Zara dalla voce sempre sfrigolante per le interferenze
dell'apparecchio con il quale la ascoltava. Per anni, ogni
sera, ha indossato un bel paio di grosse cuffie nere e con lo
pseudonimo Pierrot ha vissuto la sua stagione d'amore in
onde medie. Sopra al letto ha appeso con una decina di
chiodi il suo adoratissimo "gatto lunare". Quando l'Elettra,
la splendida nave laboratorio dell'italiano Marconi, fu
affondato nel golfo di Diklo, sulle coste slave, nel 1943, la
gente del posto la razziò. Il gatto lunare di Marconi fu un
regalo personale del padre della sua Nina il primo giorno
in cui Vlado andò a trovarla di persona a Zara. Un regalo
di cui Vlado fu a dir poco entusiasta. È una specie di aquilone,
con dei fili di rame a ventaglio che sembrano i baffi
dritti di un gatto, che quando era alto nel cielo permetteva
la ricezione dei segnali radio come fosse un'altissima antenna
al vento. Dalla mensola del preside della sua scuola
Vlado aveva rubato in precedenza un altro aggeggio ancora
più prezioso che apparteneva al panfilo Elettra, che lui
chiamava "Aruspice". Non ho mai capito di cosa si trattasse.
Quando mi riportarono l'urna, erano in due: uno con la
divisa verde scuro, il fucile a tracolla e un ciuffo di documenti
in carta bollata che fuoriusciva spiegazzato dalla tasca;
l'altro col cappello in mano, rasato, e con alcune cifre tatuate
all'altezza delle tempie. Poggiai l'urna sul tavolo. Liscia,
scura, piccola, senza identità. Loro andarono via, io mi
sedetti nella luce dolce del primo pomeriggio. Fissavo quell'urna
dalla forma di tronco di cono poggiando il mento sul
tavolaccio di legno. I miei ragazzi erano in piedi agli angoli
della stanza. Vlado tremava, io versai solo qualche lacrima.
Perché eri lì a morire davanti al teatro?
A notte inoltrata mi alzai dal tavolo. Il viso dei miei figli
era spettralmente bagnato dalle scarne luci di fuori. Prendemmo
la decisone. L'arma di mio marito era un AK47. I
proiettili di un AK47 erano compatibili con i Rata semiautomatici
di Tomislav e Maja e la rivoltella Usta di Vlado.
Svitato con interminabile lentezza il coperchio dell'urna
che conteneva le ceneri di Victor, i miei figli iniziarono ad
aprire i bossoli, tenendoli fermi con le pinze e facendo dolcemente
leva sull'incastro a metà con a un piccolo coltello
da campo. Dolcemente, affinché si potessero poi richiudere
alla perfezione. Imboccavo quei proiettili con lo stesso
amore con il quale tanti anni prima avevo imboccato
Vlado, il mio piccolo Pierrot appena nato, adagiato tra le
mie braccia con i suoi liquidi occhi azzurri, durante gli ultimi
giorni di pace. Imboccavo quei proiettili con lo stesso
amore con il quale avevo versato nel bicchiere le goccine
di antibiotico quando Maja, da poco iscritta alla palestra
popolare di lotta libera, prese quella strana febbre nei giorni
di Pasqua. Imboccavo quei proiettili con lo stesso amore
con il quale versavo lo zucchero nel buio del caffè mentre
Victor mi cingeva il seno nudo, afferrandomi alle spalle
nel pigro tepore del mattino. Amanti persi in una camera
nella città vecchia di Split, dove respiravamo la luce dell'Adriatico.
Con lo stesso identico amore, versai con cura
ogni singolo cucchiaino con le ceneri di Victor nei proiettili.
Ottenni diciannove proiettili, riuscii a non far andare perso
neanche un solo granello dell'uomo che amo. Dell'uomo
che ho deciso di amare oltre la morte. Caricammo i fucili e
le pistole. Il giovedì successivo scovammo tre svinja* ubriachi
davanti alla birreria di Verb e li facemmo secchi.
La tua morte, Victor, mieterà diciannove morti. Il tuo cadavere,
Victor, scorrerà in diciannove cortei funebri. Diciannove
proiettili gravidi dei tuoi resti marceranno verso
diciannove cuori da spezzare. E niente più. La tua Annika
ti ama, la tua famiglia ti ama: non mancheremo un colpo.
Quel venerdì vidi un gruppo dei nostri partigiani assalire
una camionetta, uccidere dei svinja e farne prigionieri
altri. Quello che sembrava dare ordini lo riconobbi, aveva
delle cifre tatuate sulle tempie. Anche lui ci riconobbe e,
dopo una lunga discussione, accettò di portare al rifugio
cinque prigionieri di meno.
«Bang bang bang bang bang, bravi ragazzi, brava mamma,
siamo a otto.»
Oggi siamo a tredici, ci rimangono sei proiettili, fino ad
ora non abbiamo mancato un colpo. Prima che il sole sia alto,
voglio che questo lungo, troppo lungo funerale, si concluda.
Domenica, la domenica della televisione collettiva. Con la
voce rotta, la bella Druuna continua il suo racconto. Maximilian
le tiene la mano, anche i suoi occhi sono rossi per la commozione.
– ... e quei bastardi, inneggiando a Tito e ad Allah, hanno
gettato i miei due bambini nel fiume Bosna, dal ponte della
città di Visoko. Io credevo fossero ancora dalla nonna, fu
mio marito... mio marito che era un semplice pescatore che
non aveva mai fatto male a nessuno... fu mio marito a ripe-.
scarli a Nala. Ma i loro cadaveri non erano intatti. Mio Dio,
quei maledetti hanno usato le teste dei nostri figli per...
Con le orecchie tese a cogliere parole sempre più strazianti,
nessuno tra il pubblico del Teatro Nazionale ha la possibilità
di riflettere sul fatto che il fiume Bosna scorre da Nala
a Visoko, e non da Visoko a Nala, e che quindi nulla potrà
mai essere trasportato dai flutti in quella direzione.
Ma l'attrazione verso il particolare macabro e morboso
sarà sempre maggiore di quella verso l'idrografia. Inutile opporsi.
È nella natura dell'uomo e della donna.
Così, durante la sfilza di ingenue mostruosità recitata in
video dalla bella Druuna dal bianco seno bagnato di lacrime,
all'interno del Teatro Nazionale si spalancano bocche larghe
di donne senza trucco, bocche aspre sormontate da baffi, bocche
delicate di ragazze e ragazzi, bocche dalle labbra raggrinzite
per l'età, altre per la sete, oppure bocche tonde e piccole
come il foro di una botte, bocche aperte in su, come una luna
nascente, accanto a bocche rosse e cupe come ceralacca,
bocche flaccide, bocche sprezzanti, rivolte all'ingiù come un
accento circonflesso, bocche lucide di emozione, bocche timidamente
illuminate da accenni di sorrisi, bocche serrate
come ostriche. Ogni bocca, la bocca di ognuno dei presenti,
si conforma ad arrotondare la vocale dello stupore fino a un
epico, corale e vibrante «oooh...».
Questa appagante sinfonia collettiva è il preambolo sonoro
dell'edificazione di un vivido odio collettivo che sostituisce
il verosimile al vero, allontanando quest'ultimo dal triste
reale presente di ognuno. L'emozione viene interrotta
bruscamente dall'inquadratura del definitivo scoppio in singhiozzi
e bava di Druuna. Enki, il fonico, approfitta euforico
per aumentare il volume del microfono, innalzando il fragore
della sua disperazione fino a far tremare le mura, fino a
stringere di artificiale dolore i cuori del pubblico in sala e a
casa.
In ognuna delle stanche teste collegate a tutte quelle buie
bocche spalancate viene a prodursi la medesima presa di posizione:
«Povera piccola Druuna. Domani ammazzerò un
musulmano anche per te».
Il Teatro ha una facciata anteriore con un maestoso portone,
colonne a spirale e un grande rosone qualche metro
più su. I vetri colorati formano lo stemma della casata dei
Kormavic, conferendogli un'autorevole aria da chiesa gotico-
romanica. All'interno, un parquet piuttosto dissestato,
in legno chiaro, alla base di un ampio e gelido salone.
Le travi di legno si incrociano tra loro per poi perdersi nelle
complesse volute che offrono un'ottima acustica e anche
a un buon colpo d'occhio. Solo una decina di persone a serata,
ma la rappresentazione della Morte e la Fanciulla era
proseguita fino al quinto giorno.
Tu difendevi il Teatro, Victor, ma il tuo posto era nel
mio letto.
La ruota della bicicletta continua a girare per qualche altro
istante, mentre noi siamo immobili, con le orecchie tese.
Morto anche questo. Ora ce ne rimangono cinque.
Quei tre sono di spalle, stanno alzando infastiditi una
saracinesca incastrata. Il sole è quasi sorto. Uno. Due. E
tre. Sì! Tomislav trema ma i bersagli sono facili. Dovrebbe
fumare di meno, avrebbe i nervi più saldi. La saracinesca
schizzata di sangue e i piccoli brandelli di carne e capelli
probabilmente gli ricorderanno uno dei suoi ultimi lavori
su plexiglas. Non saprò mai se mio figlio Tomislav sia un
artista con una radicata vena di crudeltà, un sadico con talento
d'artista o, semplicemente, un ragazzo disperato che
combatte, come tutti noi, una guerra ormai solo personale.
Accompagnato da un urlo, vedo un lampo di sangue
nell'aria e la mano di Tomislav volare a terra, strappata al
polso da una raffica di mitra.
Urlando, un soldato con la stessa divisa dei tre morenti
si precipita sparando contro mio figlio. Io lo centro al viso,
Maja gli fa esplodere il petto. L'urlo gli muore in gola mentre
con un tonfo precipita sulla breccia nell'istante esatto in
cui Tomislav crolla sulle proprie gambe, urlando per il dolore.
Grida solo per un istante, poi inizia a fissarmi. Il suo
corpo magro ossuto, i suoi capelli neri crollati sulla fronte.
Guardandomi così mi pianta nel cuore tutta la mia responsabilità,
come a dirmi: «Ma che cazzo ci stai facendo
fare? Io non voglio fare il macellaio. Io voglio essere il nuovo
Basquiat. Guarda come cazzo sono ridotto adesso.
Guardami, senza una mano. Che cazzo di futuro mi stai offrendo,
madre? Diccelo, che cazzo di futuro ci stai offrendo?
Questa è la tua vendetta personale, madre, noi non
c'entriamo un cazzo».
Maja e Vlado si gettano su di lui per arrestare l'emorragia
con un brandello di stoffa strappato da non so dove. Rimane
solo il mio ultimo proiettile, ma le cose inziano a mettersi male.
La nostra eroica vendetta si tinge di tragico e di ridicolo.
I miei figli mi strillano di correre via.
Le ultime ceneri di Victor sono nel mio fucile. Victor era
morto perché difendeva il Teatro Nazionale. Victor, perché
difendevi il Teatro Nazionale? Il tuo posto era nel mio
letto.
Accenno a seguirli, poi lascio proseguire i miei figli oltre
l'Elektropriveda, in direzione della nostra casa sulla collina.
Mi volto e mio dirigo verso il Teatro.
Nell'aria si diffonde un buon odore di pane, i fornai sono
tornati al lavoro.
È meglio che i miei figli non sappiano la verità.
È meglio che ricordino il padre come un eroe.
Victor, tu difendevi il Teatro Nazionale ma il tuo posto
era nel mio letto. Guarda come ci ha lasciati.
È l'alba, non mi rimane che uccidere l'attrice.
L'ultimo proiettile è per lei.
Se invece di difendere il Teatro Nazionale fossi rimasto
nel mio letto, ora saresti vivo. Tomislav avrebbe ancora la
sua mano e io avrei insegnato ai nostri figli a leggere e scrivere
invece che a sparare alle spalle.
Se tu fossi rimasto nel mio letto, ma l'amore per quella
donna ti ha dato il coraggio di esporti al fuoco dei cecchini
per cinque giorni d'inferno.
So bene che non sei un eroe, so bene che non sei un
martire del Teatro Nazionale, che non sei morto per difendere
arte e cultura.
La tua era solo una sporca questione privata. Così come
la mia non è un'eroica vendetta ma solo un'altra bana-
le questione privata nel palcoscenico di questa infinita tragedia
dove non esistono eroi né mai ne esisteranno.
Io e te non abbiamo fatto nulla di eroico.
Solo questioni private.
L'ultimo proiettile è per quella puttana.
Riposerai dentro di lei.
Riposerai nel suo grembo.
Nel mio letto non c'è più posto per te.
Addio, Victor..



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BRAINVISION POP-UP







Brainvision 2025
Notiziario delle 20:30

Cari utenti privati,
un buongiorno dal vostro software Brainvision Flash: le
ultime notizie direttamente nelle vostre sinapsi!
Si è concluso alla mezzanotte di ieri il sesto e ultimo mese
del periodo cuscinetto, predisposto dal Governo per lasciar
adeguare i prezzi e far proseguire serenamente il decorso operatorio
dell’impianto sottocutaneo Margaret di cui ogni cittadino
e ogni cittadina, compiuta la maggiore età, ha dovuto
dotarsi. Da oggi anche nella Federazione Oclocratica dell’Adriatico
entra definitivamente in vigore come unica moneta
corrente il bios.
Ricordiamo ai gentili neurospettatori che la tessera credito-
vita va inserita con la barra dei numeri rivolta a sinistra
nella fessura dell’impianto sottocutaneo Margaret dietro l’orecchio
sinistro. Ogni bios accreditato nella tessera ha un valore
di ventiquattro ore di vita.
Cento bios consentiranno altri tre mesi abbondanti di vita.
Esaurito il credito-vita dei bios, se non se ne possiede altro,
l’impianto Margaret inietterà nel cervelletto una democratica
dose di clostridio che ne spegnerà definitivamente le
funzioni.
Per ulteriori informazioni: www.ministerofelicita.net.
La maggioranza esulta: «Chi non produce non sarà più
un peso per lo Stato. La disoccupazione crollerà allo 0% e la
figura del disoccupato scomparirà insieme al disoccupato
stesso. Sarà eliminato, quindi, il problema di mendicanti,
perdigiorno e feccia varia senza dover più ricorrere ad antiestetiche
repressioni poliziesche».
Le opposizioni insorgono: «Uno stipendio medio consente
di continuare a vivere a malapena fino alla fine del mese
mentre i ricchi potranno accumulare bios per migliaia e
migliaia di anni anche se non faranno mai in tempo a utilizzarli,
visto che la durata media di una vita umana si attesta
ancora sugli ottant’anni. Questo è capitalismo biologico!».
Il portavoce del Governo: «Nessun allarmismo. Le antidemocratiche
leggi di natura che obbligano il ceto imprenditoriale
a una comune e illiberale mortalità saranno presto
riformate».
Fine della trasmissione. Lo staff di Brainvision vi augura
una buona giornata.



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L'AUDIENCE E LA MORTE








Vorrei che lui e io ci suicidassimo insieme, in un abbraccio
di amore e morte come in quel film che ci siamo visti domenica scorsa.
Ma siamo in diretta, e le statistiche, come saprai, danno solo 8 punti audience
al doppio suicidio mentre ne danno ben 13 all’omicidio
brutale con stacco sul cadavere e poi primo piano sul
suicidio dell’assassino. Anche perché un paio di cose lavorando
in televisione le ho imparate e se ti ho picchiato e imbavagliato
è stato solo perché un viso ammaccato incolla
davanti al teleschermo ben più di un viso immacolato, seppure
teso. Dite la verità, amici a casa, il fatto che io gli abbia rasato i capelli
non vi ha forse fornito un altro interrogativo? Be’ non
ha i pidocchi né deve rifare la naja. Era solo per fare uno
show opening più impressionante. Ora devo sparargli.
Ragioniamo insieme. Un omicidio semplice in diretta parte
da una base di 55 punti audience. L’omicidio della persona
amata aggiunge un bel 15. Viso ammaccato, tortura e
pestaggi 5, se era in diretta si arrivava anche a 8, pazienza l’ ho pestato mezz’ora fa.
Siamo a 75 punti. Ora, però, non ricordo dove ho messo lo
specchietto dei punti più interessanti dove sparare...
ah, eccolo qua, oddio st’esaurito ci ha appoggiato la tazzina
di caffè sopra, vabbe’, si legge lo stesso. Allora... ecco:
la pistola come arma fa schifo, effettivamente è tra le più
banali, parte da una base di 2 punti audience, ma qua nella
villa non ho trovato altro, quindi devo cercare almeno di
ammazzarlo in un modo spettacolare. Non ci crederete ma
il buon vecchio sparo in testa, se fatto bene, supera tutti,
persino il colpo di pistola sui genitali che dà ben 9
punti audience non ha niente a che vedere con lo sparo in
testa, perché se lo colpisco alla nuca con un’angolazione
che faccia schizzare l’occhio verso la telecamera... splatt:
15 punti. Be’, non è mica semplice però. Sì, tesoro? Che
c’è? Vuoi parlare? Mi spiace, ma stavolta non mi interromperai mentre parlo. Questo è il mio momento di celebrità, mio e solo mio!



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25.8.05

TERMINAL STORY





.

1. Davanti allo specchio

-Stellì, damm 'na buttiett' d'acqua.
-Lissia o gazata?
Il sole adesso è meno caldo, e si avvia a concludere questa giornata qualunque d' autunno.
Ho lasciato da due anni la mia famiglia a Kladno, vicino Praga, per partire alla volta dell'Italia. Non ero mossa da disperazione o povertà. Partii perché volevo assaggiare questo paese dal quale, durante gli studi, mi sentivo così attratta ed incuriosita. Nonostante la cadenza e alcuni problemi con le consonanti doppie, riesco perfettamente a farmi capire dai clienti. D'altronde, da quando lavoro al Terminal Bar, il cliente è il mio unico altro. Il piazzale dei pullman è il mio unico orizzonte, e gli arrivi e le partenze sono le lancette che scandiscono il mio tempo. La mia libertà si esercita negli ottanta centimetri di distanza tra il bancone di plastica rossa davanti a me e la parete dietro, con il fornetto per i panini e le mensole con le bottigliette di succo di mela a temperatura ambiente.
Granchio.
Si chiama così, no?
Metà della mia vita la passo scivolando di lato come un granchio.
-O ma mi stì ssentì? Ndo' ciai la testa stasera, stellì ?
Gatti, solo gatti. Enea, il vecchio cliente che mi chiede l'acqua, è un pittore che dipinge e ha dipinto solo quadri con gatti. Gatti inquietanti, gatti a volte troppo grandi per essere gatti, con sguardi troppo maligni per essere creature di dio, oppure gatti giocosi, pigramente appisolati ai piedi della padrona. Oggi lo vedo spaventato, credo stia tremando, e ha gli occhi gonfi.
-Oggi mi muoio stellì. Tra un po' sentirai la campana della chiesa. Don don dong. Dammi un po' d'acqua che all'inferno ci avrò tanta sete, stellì.
- Perché dici brutte cose nonno mio!
-Guarda quà.
Mi mostra tre chiazze scure, sottili, come delle buie ferite alla base del collo. Anche il dorso della mano destra aveva quelle macchie.
-Il fegato - mi spiega - è sicuramente il fegato, troppe gliene ho fatte passare.
Anche la settimana scorsa Enea aveva quelle strane chiazze. Era sempre martedì. Boh, sarà allergico ai martedì.
Che vuoi che ne capisca una povera ragazza-granchio.
Per giunta immigrata.
E dal guscio tatuato.
Tutti i tatuaggi che ho me li ha fatti Pierre, l'unico ragazzo con cui abbia avuto una vera storia d'amore. Leggeva tarocchi ed era in fissa con occultismo e paganesimo. Tatuava per hobby. Tatuava se stesso, tatuava gli amici e tatuava me. L'ultimo che mi ha fatto è stato uno spicchio di luna calante, uguale a quella che c'è 'sti giorni, attorno alla spalla sinistra. In quel periodo le cose tra noi iniziavano ad andare male. Sapeva che sarei partita ma era anche consapevole che la storia sarebbe finita comunque.
Una storia calante, una luna calante.
Pierre aveva grandi occhi scuri, dolci, ma a volte pareva nascondessero una ferocia che mi spaventava.
E' stata l'unica persona che io abbia mai amato fino a quando, un mese fa non mi scoprii innamorata del mio giovane padrone di casa. Fidanzatissimo con una tale Alice. Fisicamente Vittorio è uguale a me, ha la pelle bianca bianca come la mia e poi ha tanti nei, ed è alto come me. E' stato il solo pescarese che si sia fidato e che mi abbia affittato una stanza.
Appena avvertono il mio accento straniero, mi chiedono da dove vengo e appena gli rispondo che sono di vicino Praga:
-Per carità! Tornatene in Albania!
Allora ho iniziato a dire che sono di Berlino, o di Londra, ma per lo xenofobo medio ogni immigrato viene sempre e comunque da Immigronia, terra non meglio precisata che sforna solo ladri, drogati e mignotte.
Perché non chiama?
Enea aveva ragione, l'aria inizia a vibrare del pesante suono delle campane, o meglio di campane.mp3 del cd del sound system della chiesa del Sacro Cuore alla destra del piazzale.
Perché non chiama?
E' il mio compleanno, me l'ha promesso.
Ad ogni imbrunire il Terminal viene preso d' assalto dall'unica comunità di rumeni al mondo che non beve né acqua né vino ma solo ed esclusivamente quelle dolciastre porcherie dei Bacardi Breezer al gusto lime. Ovviamente, con quei due gradi alcolici e mezzo, per ubriacarsi devono bersene a centinaia. Alcune sere, però, mi fanno al cortesia di buttare da soli le bottigliette vuote. Cinque rumeni che fischiano quasi tutte le ragazze che passano, ma che a me non dicono mai nulla.
Non mancherebbero mai di rispetto alla pupilla del professore.
Virgil Estavarache, il professore, è semplicemente un maestro di kaval, un flauto ungherese. E' il mio cliente più affezionato. Tutti hanno grande rispetto per lui. Racimola due soldi suonando quel coso con l'accompagnamento di una ingenua base incisa su cassetta. Però è bravo, a me piace tanto come suona. E mi piacciono i suoi racconti.
- Sono stato in galera per ben tre volte! Sotto Hitler, sotto Stalin e sotto la vostra democrazia di merda!
Ora i cinque rumeni e il professore continuano a giocare a carte al tavolino di plastica bianco e rosso della cocacola. Uno di loro alza la testa per gridare due sconcerie sgrammaticate a Angelica, il trans. Superiore a tutto, lei continua a sfumacchiarsi la sigaretta e sorseggiare con grazia il suo té freddo, appollaiata come una diva del Cotton Club sullo sgabello zoppo davanti al mio bancone. Aspetta il suo turno di lavoro. Grossi polpacci lisci stretti in calze velate. Scarpe Cesare Paciotti laccate di bianco ma col tacco basso, a virgola, da signora benestante di provincia. Un abbondante e tonico seno Studio Deus Chirurgia Estetica in bella mostra. Grossa schiena (di proprietà) muscolarmente compressa in maglia Calvin Klein di ciniglia elasticizzata rossa rossa. Capelli biondi acquistati su E-bay, lunghi e sfrangiati sul viso semi-seppellito. Angelica non è di famiglia ricca, né fa affari particolarmente redditizi. E' semplicemente l'amante di un assessore della destra conservatrice. Talmente conservatrice che pare si conservi un gran numero di indumenti intimi femminili usati nell'armadietto a chiave del suo ufficio. E, a stare con lui, anche Angelica, alla fine, è diventata una conservatrice. Si è conservata quello che lei chiama il filmatino delle sculacciate sul cellulare, con il quale ricatterà senza scrupoli l'assessore quando questo si stancherà di mantenerla.
Vittorio ancora non mi chiama.
Oggi è il mio compleanno. Aveva promesso di portarmi a mangiare del sushi.
Perché non chiama?
La montagna di usciere nigeriano dell'Hotel Caracas, col glaucoma all'occhio destro, continua a fissare il cellulare, come se gli avesse ipnotizzato l'occhio buono.
Sono le sette, ecco il pullman azzurro della Febo Capuani. In partenza l'ultima corsa per L'Aquila. La corsa di quest' ora, nei week-end è quasi deserta tranne per un'esile ragazza-madre della Serbia con la sua piccola figlia di circa otto anni. Leda è una bambina sorridente, nata a Pristina, cieca dalla nascita. Le sue palpebre sono sigillate, gli occhi non si sono mai formati.
Il ragazzo che mi porta sempre i volantini politici una volta mi ha detto che quella cosa brutta è capitata ad un sacco di bambini che: "hanno avuto la sfortuna di nascere quando le missioni di pace seminavano nei campi, al posto del grano, l'isotopo 238 dell'uranio impoverito".
Ora la ragazza sta risalendo sul pullman con Leda, che le saltella accanto. Un istante prima di salire a bordo, però, la piccola si gira di scatto verso di me e spicca una corsetta. Si ferma a un passo dal bancone e allarga un bel sorriso nella mia direzione. I suoi grossi occhi sigillati nelle palpebre pare tremino leggermente, e sono puntati verso la mia spalla sinistra.
-Ti ha fatto male quel tatuaggio?
Freddo alla base della nuca. Come ha potuto vedermi la luna? Oggi porto pure le maniche lunghe, anche uno con gli occhi a posto non avrebbe potuto mai vederla. Evidentemente gliel'hanno detto. Forse la madre.
-No…no, piccola, solo un po' di fastidio.
-Invece a Vittorio gli fa male tutto. Non glielo ha spiegato la sua mamma che il sangue è roba che dovrebbe restare dentro?
Poi la madre l'afferra per un braccio borbottandole qualcosa e la riconduce verso il pullman, gettandomi un' occhiata profondamente spaventata.




2. Attraverso lo specchio.

Ora davanti alla chiesa si è raccolta una piccola folla di uomini e donne in abito scuro che si scambiano saluti e poi entrano dentro in piccoli gruppi.
Sarà la centesima telefonata che faccio a Vittorio. Lui mi dice che non devo chiamarlo mai, dovrei aspettare ancora un po', mi starà per chiamare lui, ma le parole di quella ragazzina mi stringono la gola. Che ne sa quella chi è Vittorio?
I cinque rumeni hanno finito tutte le mie bottigliette di Bacardi Breezer. Paiono essere diventati più silenziosi, più tristi, quasi cupi.
Forse un po' dispiaciuti perché Angelica li ha abbandonati anche stasera.
Il professore, mi fissa mezzo ubriaco e mi fa:
- Talya, perché ce l'hai tanto co' cielo stellato, che lo guardi sempre?
- E, Virgil questa luna è uguale al mio tatuaggio no?
- Ciai tatuaggio? Tatuaggi magia dei simboli. Fa vedere…
Virgil mi guarda la luna e aggrotta le sopracciglia, quasi si stesse arrabbiando.
- Ma cosa ti sei fatta tatuare? Io pensavo tu eri più intelligente! E' sbagliata! Chi te l'ha fatta ti vuole male! Ascolta il vecchio Virgil, che conosce la magia del corpo, le linee di Ley che congiungono i cuori della terra e ha studiato in galera a Bucarest le 97 sorti lunari di Kitâb al-Tafhîm. Quella falce di luna è terribilmente sbagliata. Chi te l'ha fatta ti odia!
- Virgil non ti ci mette pure tu…ma che mi odia, me l'ha fatta Pierre, quello me amava, che ne sai tu.
- Talya, ascolta me. E' una luna nella quinta casata. E' la casata del possesso, della prigione senza fuga. Chi ti ha tatuato in quel modo, vuole possederti per sempre, vuole essere certo che tu non possa appartenere a nessun altro. Porterai grande sventura e dolore a chi amerai dopo di lui. Con quel tatuaggio, tu sei maledetta. Pregalo di modificare il disegno, o chiunque amerai vedrà la propria vita distrutta. Solo lui può farlo. Imploralo, fai qualunque cosa purchè accetti di modificare, rovinare, eliminare al più presto questo marchio di malaugurio!
- Pierre è morto, Virgil. Te l'ho detto cento volte. Si è ucciso dopo che l'ho lasciato, dopo che sono venuta in Italia.
Scorgo con la coda dell'occhio una ragazza appoggiarsi al bancone. Ha due corte trecce biondo scuro un po' sfilacciate ed è vestita con una canottierina nera e pantaloni militari con anfibi. Ha delle belle braccette, robuste, forti ma snelle, non troppo mascoline. Noto che le ascelle non sono depilate, ma non è sgradevole. La riconosco, è la sorella di Alice, anche lei fa i tatuaggi, lavora in un centro di estetica qui vicino. Ho sempre il terrore che possa aver capito qualcosa della mia storia con Vittorio.
- Ciao.
- Ciao, cosa ti servo?
Mi poggia sul bancone un cd nella sua custodia trasparente. Sul cd ci sono scritti dei numeri col pennarello, una data.
-Cos' è?
-Un film, un dvd – e mi sorride, un po' nervosa - io mo stò di frettissima devo scapparmene. Tu, per favore, lo daresti a un tipo che viene a prenderselo tra cinque minuti? Non lo conosco ma mi ha detto che si sarebbe vestito tutto elegante. Ti prego, ti prego, ti prego, devo andare via di corsa, tanto mi conosci vengo sempre quà…Poi domattina ripasso e se è tutto a posto ti porto tre buoni per le lampade e ti spiego tutto. Ciao bella!
Non vuole sentire regioni e scatta indietro.
Io prendo il dvd e lo vado a mettere nel ripostiglio sul retro.
Chiamo e richiamo Vittorio, pregando ogni possibile Dio di poter sentire la sua allegra voce che mi tranquillizza e mi fa fare una bella risata. Niente. Tra un po' finisco e passo direttamente a casa sua.
Un sms.
No. E' solo la mia coinquilina.
Oggi mi ha lasciato una mancia da paura! Ti vengo a prendere a mezzanotte e ci facciamo due tazze al Wake Up, offro io!
La mia coinquilina fa la puttana.
Si chiama Inka, è carina, piccola, con un visetto malizioso e una grande passione per il cinema giapponese e per i Dresden Dolls. Ha dei sorrisi stupendi, e quelli li concede a tutti senza farsi pagare. Sorrisi simmetrici, perfetti, sinceri, luminosi, che contrastano con il suo abbigliamento, dai colori che oscillano tra il nero e il nerissimo. Sulla coscia, alla giusta altezza, ha il tatuaggio di un reggicalze in pizzo nero con fantasia di ragnatela. Belle manine e piedini sempre ben curati. E' simpatica e le voglio bene. Spesso sono tanto tanto in pensiero per lei.
Rialzo gli occhi dal telefonino. Il sole è quasi del tutto scivolato giù e il cielo è di quell'azzurro intenso venato rosso sangue che amo così tanto. Chissà se riuscirò a trovare un tatuatore così bravo da imprigionare i colori di quest' ora così profondamente emotiva tra la mie pelle e l'inchiostro.
Sul bancone ora sono poggiati i gomiti di un uomo in abito blu, con piccoli occhi porcini, che si carezza la cravatta dai colori che sembrano stati frullati in una macchina del tempo. Immagino che, comunque, potrebbe essere considerato il tipo elegante. Meno male, mi tolgo dalle palle 'sto dvd.
- Salve.
- Ciao, che desideri?
- Sono l'assessore De Ausilis. Lei dovrebbe essere Talya, la ragazza dell'Albania.
-Si...no no, quale Albania, io non sono albanese sono di vicino Praga. E si, lo so, tu sei quello del dvd. Ora glielo vado a prende.
I suoi occhi si iniettano di sangue, e inizia a parlare con una voce grottescamente più bassa.
- Lei che ne sa del film? Di cosa parla? Cosa le ha detto Angelica? Lo sapevo che ne avreste parlato!
- E no ma che ne so, pensavo che era venuto a prendere il dvd, ma che ne so io si dia una calma, mi so sbaliata.
Visibilmente imbarazzato per quello sbotto, l'assessore, grottescamente, si ricompone.
-Mi scusi. Davvero, signorina, oggi ho avuto una giunta terribile. Abbia pazienza. Volevo chiederle una cosa. Mio padre viene sempre qui da lei a prendere il caffè. E' quell'uomo anziano che dipinge gatti.
-Ah, si si, Enea. E' bravo tuo padre è il più simpatico. Belli suoi gatti.
-Si, la ringrazio. Dunque, mio padre ogni martedì mi torna a casa con delle strane chiazze nere sotto al collo. Siccome mi hanno detto che è lei ad avere il turno di martedì qui al Terminal…
-Che pensi che lo avveleno?
-No signorina per carità…è solo che vorrei sapere cosa prende…senz' altro qualcosa che gli fa allergia, i sintomi sono quelli…se continua, però, la questione potrebbe aggravarsi, potrebbe venirgli uno shock anafilattico, lei mi capisce, è un uomo anziano.
-Guardi, credimi, quì prende il caffè e l'acqua, ma quando ariva ha già macchie, ce le ha da prima gliele vedo pure io. Il lunedì mai, il martedì pomeriggio tante macchie.
-Si, come no. Il caffè se lo prende pure a casa ma non gli è mai successo niente.
I piccoli occhi porcini dell'assessore ora mi fissano duri e stretti.
-Va bene, signorina, te lo dico con le cattive. Io non so che cazzo di porcherie ci mettete qui nelle vostre schifezze, guarda quei panini che schifo chissà con che cazzo li fate. Voi state ammazzando mio padre ma stai attenta che io a te e a st'altra gente di merda vi ributto a mare, altro che Lampedusa, stai attenta, un'altra sola cazzo di volta che lo vedo con quelle macchie 'sto posto lo faccio radere al suolo perchè lo so che mio padre ci viene quà solo per le tue smorfie, furba puttanella chissà che cazzo gli dici per farlo tornare ma adesso basta, mi hai capito, lo capisci l'italiano, lo capisci si o no? Stai lontano da mio padre o per te sono cazzi.
- I cazzi saranno per te! Mo vattene o ti sculaccio pure io!
Mi fissa negli occhi per un lunghissimo istante. Fa come per darmi un ceffone ma poi si gira e va via bestemmiando.
Io scoppio in lacrime.
E' buio.
E' il mio compleanno.
E' un incubo.
Oggi è stata una giornata da incubo. Dio fammi questo regalo, fai che finisca presto. Al tavolo i rumeni non ci sono più. Non c' è più nessuno. Nessuno. È solo buio.
Angelica non c' è più, è stata caricata.
L'usciere nigeriano ha chiuso le porte ed è rientrato dentro. Nell'Hotel Caracas c' è una sola luce accesa, in un interno al cui balcone è affacciato un uomo, a petto nudo, che fuma una sigaretta e mi guarda.
Mi sembra di conoscerlo.
Nella sua camera la luce è rossa, di un rosso sessuale.
Dei ragazzi parcheggiano una Opel sfrigolando sull'asfalto ed escono marciando verso il mio chiosco.
Manca ancora mezz' ora ma non ce la faccio più. Servo 'sti due e chiudo.
Uno è vestito con una giacca bianca e una t-shirt rosa, il massimo del fighetto. L'altro ha un camicia rossa, pantaloni neri e cravatta sottile nera. Un po' dandy, un po' retrò.
Si avvicinano, sono due gemelli. Uno ha un braccio rotto, legato al collo da una fascia di seta rosa come la t-shirt. Non riesce a smettere di ridere. L'altro gli da una scoppola per farlo stare zitto, rovesciandogli un ciuffo di capelli sugli occhi. Hanno un viso bello, armonico, labbra rosse sottili, agili sopracciglia espressive. Uno ha i capelli rossi cortissimi, mentre quello che ride ce li ha neri, lunghi fino alle orecchie.
-Ciao tu sei Talya vero?
-Si, chi sei voi?
-Noi siamo i documentaristi. Ci stappi due Du Demon? Ma prima il dvd, per favore.
Mi fermo a guardarlo e annuisco. Lui accenna subito un sorriso soddisfatto. Il gemello con i capelli neri riscoppia a ridere e mi mette il nervoso. Ok. Mi levo dalle scatole il dvd, gli do le birre, chiudo e scappo a casa.
Sgattaiolo sul retro e apro la porta del ripostiglio. Il dvd è poggiato sulla catasta di sedie, lo prendo e lo guardo un attimo alla luce della luna. La gola mi si stringe di nuovo, e la coscienza prende a vacillarmi. La data scritta sopra al dvd è quella della nascita di Vittorio.
Cosa sta succedendo?
Un istante dopo sento che qualcuno alza al massimo la radio sul davanti del chiosco. Ora, diffratta e a squarciagola, gracchia la voce del vecchio Frank:
Blue moon, you saw me standing alone / without a dream in my heart / without a love of my own.




3. Dietro lo specchio.

Talya, quella ragazza albanese che lavora al Terminal, è davvero uguale a me. Ha la pelle bianca bianca come la mia e poi ha tanti nei, ed è alta come me. Bè io credo di essere più carino, perchè quella cià na faccia triste, non ride mai.
E poi tutto questo è anche colpa sua, in fin dei conti.
Secondo me porta sfiga.
Provo a sporgere il collo in avanti, lentamente, più lentamente che posso, per guardarmi le gambe. Non ci riesco. Rassegnato, ributto la testa indietro a riposare sul cuscinetto di pelle nera. Dio la gamba sinistra quanto mi fa male, sembra mi stia bruciando dall'interno e credo che parte delle garze si siano staccate. Mi giro a destra e guardo oltre l'ampia finestra, aperta su una splendida falce di luna calante. Tiro un sospiro. Il dolore continuo e prolungato di queste ultime ore mi ha rilasciato tanta di quella endorfina in circolo che non riesco ad avere una piena coscienza di quello che mi sta succedendo.
Mi sento quasi divertito, euforico.
Riesco, con uno sforzo maggiore, a ruotare un po' il collo verso sinistra e vedo la vetrinetta con gli orecchini e i piercing. L'anellino con la miniatura della palla da 8 del biliardo è lo stesso che porta Talya al capezzolo. Dice di essere di un paesetto vicino Praga con un nome strano che secondo me se lo inventa daccapo ogni volta. E' pappa e ciccia con un vecchio rumeno. All'inizio ero certo che fosse il suo magnaccia. Ma chi se l'immaginava che potessi finire così? Stavo tanto bene con Alice, o almeno così mi sembrava. Non potevo farmi i cazzi miei? All'inizio ero alle stelle, non solo perché Talya mi piaceva da pazzi, ma anche perché non trovavo un' anima pia che mi si pigliasse quella diavolo di stanza. Nessuno voleva condividere l'appartamento con una che batte. Eppure Inka paga sempre puntuale, lascia la casa in ordine e non ha mai avuto problemi con gli sbirri. Poi lei accetta solo tre clienti al giorno, è senza pappone e lavora non più di cinque giorni a settimana, perché il week-end le piace andare per pub, a ballare, a conoscere ragazzi tranquilli. Ogni giorno lo dedica a un tipo di clientela. Se non sbaglio il mercoledì è per i sadomasochisti, il lunedì è per i ragazzetti alle prime armi e il martedì per gli anziani. Mi raccontava che ogni martedì veniva da lei persino il padre di De Ausilis. Quel vecchietto si impasticca di viagra come tanti suoi coetanei. Ha però sviluppato una certa forma di allergia a 'ste pasticche che gli fa venire chiazze nere dappertutto. Il vecchio si ostina a prendersele e dinanzi a certe grosse mance che lascia, Inka non è capace di dire di noi, pure se secondo me prima o poi il nonno ci lascia le penne.
Alice ha scoperto la storia dopo avermi individuato un banale morso sull'interno coscia. Avrei dato la colpa al mio cane, lei avrebbe scelto di crederci per non soffrire. Ma io ormai, di Talya mi ero innamorato, e ad Alice ho spifferato tutto. Mi aspettavo disperazione, botte, rabbia, lacrime, anche gesti estremi, pericolosi.
Niente di tutto questo.
Si ammalò in silenzio, lasciandosi morire nel dolore, giorno dopo giorno, senza dire una parola, senza accusarmi di nulla.
Senza farmela pagare.
Oggi, finalmente, è arrivato il mio giorno di paga.
A dir la verità, l'ambiente qui non è malaccio. E' lo studio di tatuaggi di Dorothy, sua sorella, all'interno di un piccolo centro di estetica. Oltre ai tatuaggi ti fanno il massaggio con i petali, maschere di bellezza, cura del viso e altre frocerie.
Dorothy. Sono ben consapevole di meritare il suo odio. E' giusto che voglia vendicare sua sorella. Mi meraviglierei del contrario. Inoltre, è una vendetta piuttosto originale.
Ogni centimetro del mio corpo sta urlando di dolore eppure continuo ad essere euforico. Mi sembra solo un colorato episodio di Grattachecca e Fichetto.
Il portone si apre e rimbomba per il corridoio un marziale incedere di anfibi. Come scorgo le due treccine bionde, comprendo che la mia carceriera è tornata.
-A posto, tesoro. Ho consegnato il dvd. Ne ho fatto una copia anche per te. So che sei un bel po' vanitoso, magari ti farà piacere rivederti tutto bello tatuato. Aspetta, si è staccata la garza dalla gamba sinistra, ne prendo dell'altra.
- Grazie Dorothy, amore mio. Come sei scrupolosa Dorothy, amore mio. Posso permettermi di chiederti chi è che si starà sollazzando con le riprese del mio martirio?
-I documentaristi. Non so chi siano, non so quanti siano né di dove siano. Sono in contatto con loro da un anno e mezzo. Mi pagano fior di euri per farsi fare dei dvd con le riprese di piercing e tatuaggi genitali. Sono andati in visibilio quando gli ho annunciato che ti avrei inciso sul corpo sessantanove volte le parole "lurido porco", mettendo grande cura nello scegliere i tratti dove la pelle è più sottile, dove i nervi sono più in superficie e dove il dolore sgorga più intenso.
- E chi non andrebbe in visibilio dinanzi a certe cose, amore mio. Questo filmino te l'avranno pagato fior di euri, se ho ben capito la risma dei tuoi amici.
-Così dovrebbe essere. Io lascio il dvd in qualche posto, e uno di loro va a prenderlo. Entro ventiquattr'ore, se tutto è andato liscio, sul mio conto arriva l'accredito. Ma non credere che ti stia usando per farmi la vacanza a Cuba. Sai quanti debiti abbiamo contratto io e mia madre per pagare tutte le degenze, le analisi, le medicine che speravamo potessero salvare mia sorella? E poi dobbiamo ancora saldare il conto delle pompe funebri, pagare il prete per la messa, l'ufficio cimiteri per l'affitto del loculo, infine il bollettino per le luci mortuarie. Si deve pagare pure per morire, in questo sistema di merda. Tutto per arricchire quattro politici corrotti che predicano la castità e poi vanno a trans. Ma non mi fregano a me. Io sono un'artista, sfrutto quei porci ma non mi mischio a loro.
-Ma quale artista, amore mio, loro saranno porci ma scusa se te lo dico, tu sei una macellaia. Guarda quà, sul braccio: questo "lurido" sembra scritto da un neonato strafatto di crack, e pure sul polso, guarda che "p", sembra una "b"… dopo il cinquantesimo "lurido porco" che mi hai scritto hai iniziato ad essere più stanca di me. Calcavi troppo la macchinetta e, permettimi, ho notato ovunque una sensibile imperizia nell'esecuzione del tratto.
- Oh, ma scusami tanto, tesoro mio, per questa mia sensibile imperizia. Cercherò subito di farmi perdonare.
Così mi risponde Dorothy che getta via l'ovatta e riprende in mano la macchinetta dei tatuaggi, con l'ago ancora leggermente incrostato di sangue.
- Scusami davvero. Non vorrei che quando vai al mare a sfoggiare il tuo bel fisico da scopatore latino io possa farmi una cattiva pubblicità a causa della mia sensibile imperizia. Ora te li ripasso per bene tutti, dal primo all'ultimo. Perdona i miei errori. Era per via della telecamera, che mi imbarazza sempre un po'. Stavolta farò con più calma, ci metterò più passione, più amore. Più amore. Sì, amore, perché tu sai di meritare ampiamente tutto questo. Alice è morta per causa tua. Non ce l'avresti mai fatta a sopportare il senso di colpa, se non dopo una catartica punizione che, in ogni caso, tu debole vile verme non avresti mai avuto il fegato di infliggerti da solo. Ora scusa se alzo la musica a palla, ma temo che urlerai peggio di prima.

Blue moon, you saw me standing alone / without a dream in my heart / without a love of my own

Poi il ronzio torna a riempire la stanza.
Chissà, magari ha ragione lei.
Purtroppo non ho il tempo di rifletterci a dovere perché, un' istante dopo che la furiosa punta di quella macchinetta torna poggiarsi sulla mia carne dolorante,
la testa inizia finalmente a vorticarmi,
e un provvidenziale
svenimento
mi concede
un po'
di riposo
da
questo
incubo.







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SOGNANDO UNA CICATRICE





L’istante dopo che ho finito di bere qualcuno mi urta da dietro e un altro tipo incravattato con un odore troppo forte di dopobarba mi prende per un braccio spingendomi con decisione dentro un armadio aperto. La testa mi inizia a girare e sento forte il respiro di una decina di persone attorno a me che mi spingono lungo un grande corridoio oltre l’armadio.
Da questo momento in poi ho solo ricordi confusi. Ricordo che, nonostante volessi buttarmi a dormire, mi costrinsero a marciare avanti, lentamente, in una fila disordinata. Era tutta gente elegante e distinta, ma palesemente disturbata. Qualcuno ridacchiava, molti tremavano o erano sudati. Nella semioscurità, i loro volti, ma immagino anche il mio, avevano contorni grotteschi. Brividi, occhi spalancati, occhi bassi e sguardi veloci come lampi. Ognuno si versava in gola il contenuto della fialetta bianca, alcuni ne avevano anche cinque o sei, di fialette, chi la sorseggiava e poi la passava, chi se ne ingozzava. Aveva un sapore chimico che non riuscivo ad interpretare. Lentamente saliamo, come un lurido branco in doppiopetto, su una scalinata di pietra con una fortissima luce in cima.
Un’orgia? Ci guardiamo in faccia, macchiati di paura, di vergogna e di una imbarazzata, sudata eccitazione. Non preoccuparti, capoufficio, tua moglie non ne saprà niente! Stia tranquillo, Padre, ne riparliamo domenica dopo la messa! Sempre, sempre, dottoressa, il mio voto alle provinciali sarà sempre per lei! E che problema c’è, agente? Se non dovesse drizzarlesi l’uccello, provi a farsi dare due colpetti dall’ingegnere. Nooo, non mi ha assolutamente dato fastidio quel fumo, ha fatto benissimo a bruciare in giardino i porno di suo figlio, masturbarsi fa diventare ciechi! Fare le orge, invece, alla vista fa benissimo, io non mi sono manco portato gli occhiali hehehe! Fermi immobili occhi cerchiati sgranati folli labbra storpie violacee in attesa di succhiare via il sessuale frutto di questi ultimi anni di sordo dolore. Il tempo di metter piede oltre l'ultimo gradino e le dolci vampate chimiche si erano ormai completamente impadronite della mia coscienza. Il mio cuore impazzito mitragliava dal di dentro. Alzai gli occhi. Vacillai.
Il soffitto sanguinava luce bluastra ed io la bevevo ridendo. Guardai dinanzi a me mentre uno per volta i colori si svegliavano e iniziavano a pulsare. Colori intensi, sempre più intensi. Tutto dondolava. Devo ricordarmi di chiedere a quelle due mostriciattole chi è il loro pusher. Guardavo. Una fila lunga di persone. In fondo a tutto c’era una grande e lucida sedia di metallo inchiodata a terra. Tutto dondolava come una nave, eravamo su una nave. Elettra. Elettra. Elettra. Da un lato c’era una porticina aperta. Tutti i cavi elettrici della stanza confluivano lì dentro. Ero l’ultimo della fila. Lentamente il trono si faceva più grande e vicino e più grande e vicina la porticina e più grande e più grandi e più grandi e vicini gli enormi oblò sul lato sinistro ma niente acqua solo la notte, la notte e le stelle che mi pungevano gli occhi e mi chiamavano a loro ma il trono marciava verso la mia gonfia e arida lingua e seduta sul trono c’era lei eccome se c’ era lei cristo onnipotente se c’era lei.
Laura Dresden. La più bella delle figlie di Satana.
Man mano che mi avvicinavo i capelli le crescevano sempre di più mutando colore ad ogni istante e le sue mani… dio che belle mani, e le sue belle gambe nude accavallate, un piede nudo che lentissimamente giocava a mezz’aria mentre l’altra gamba indossava uno stivale bello lucido dello stesso viola, con un tacco alto sottile, bello, lucido, tutto lucido e le sue guance un po’ scavate, due lentiggini e poi i suoi occhi… finalmente i suoi occhi grigioazzurri... ed era vestita solo da un unico attillato stivale viola.
Le labbra erano serrate ma vedevo la cicatrice aprirsi e sussurrare provocazioni sessuali in tutte le lingue che siano mai state parlate da essere umano. Era nuda e ognuno della fila si chinava a baciarle la punta del bellissimo attillatissimo lucido stivale viola per poi scomparire dietro la porticina. La cicatrice quella bellissima maledetta cicatrice pronunciava ad uno ad uno i nostri nomi. Lei ferma, sul suo trono, aspettava il successivo che le si venisse ad inginocchiare dinanzi. Lilith. Le labbra tagliate di quel fiore di divina carne erano senza dubbio il posto migliore dove la vita di un uomo potesse spegnersi. Lilith. La mia testa era troppo grande e troppo vuota e il mostro nel mio petto non voleva smetterla di pestare e gridare e pestare più forte e gridare di nuovo. Arrivai dinanzi a lei. La cicatrice si aprì un'altra volta e gridò il mio nome. Il mio sogno infetto si era finalmente realizzato. Lilith. Mi gettai in ginocchio. Alzai gli occhi. Non vidi assolutamente nulla. Li abbassai, colmi di colori che bruciavano.
Le accarezzai il piede nudo. La mia testa rotolava e urlava e poi rotolava di nuovo mentre la mia lingua continuava a carezzarle il piede. La cicatrice si spalancò e urlò troppo forte. Smisi immediatamente e iniziai a fissare il suo ginocchio. Era leggermente livido. Mi chinai e vi appoggiai le labbra. Baciai, succhiai e leccai con tutta la disperatissima passione che mi aveva consumato la carne in quei lunghi mesi. La droga centuplicò la mia energia. Sentivo il mio uccello gonfiarsi e pretendere. L’uomo al suo fianco urlò troppo forte. Alzai la testa. Ora fissavo la cicatrice. Dovevo baciarla o sarei morto. Il tempo rallentava sempre di più. Trattenni la nausea e alla fine riuscii a parlare.
- Finalmente, finalmente quel giorno è arrivato! Ti amo, ti voglio, uccidimi!
Tremavo come una foglia. La cicatrice rise gelida. Poi mi parlò.
- Sei già morto. Sei già morto e non lo sai. La mia bellezza la si può avere solo da morti.
Il tempo si fermò per un istante. L’istante dopo un violentissimo velo rosso sangue di panico mi accecò l’anima. Mi gettai su di lei. Le afferrai il collo, poi i capelli rossi. Lei gridava. Io gridavo di più. Le afferrai l'intero corpo. Dopo averle azzannato un seno, presi a leccare il piccolo, buio, capezzolo dell’altro seno, arraffando furiosamente tra le sue cosce con le mie dita ossute, tremanti. Dovevo farla mia! Mia! Così gridavo a me stesso finché mi trovai scaraventato via da una forza bruta alle mie spalle. La mia schiena si fracassò contro il cerchio di vetro di un immenso oblò. Lentamente, lentissimamente, mentre precipitavo, potevo vedere gli arabeschi del mio sangue schizzare su, in alto, verso le stelle ma io fissavo la luna che aveva il bel viso della mia Lilith che sussurrava di avermi perdonato, canticchiandomi una ninnananna dolcissima che si interruppe di colpo spezzandosi nelle mie ossa.


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24.8.05

CUORE DI CUOIO



Chi altri potrà mai ascoltarmi, ora che sto sbranando le uniche orecchie che si siano mai lasciate sfiorare dalle mie parole?
Eppure, tu hai deciso di ascoltarmi. Dimmi allora: tornerò ad essere invisibile come un tempo?
Tornerò ad essere invisibile come quando non ero ancora la sua schiava?
Ora che non appartengo più a lei, non apparterrò di certo neanche a me.
La mia tragedia pare scandita da tre momenti di mortale, elettrica attesa.
Un’ attesa del sapore della mela, poi mi sembra ci fosse un’ attesa fredda come il pavimento e l’ ultima è stata sicuramente un attesa limpida come l’acqua corrente.
La prima attesa, aveva il sapore della mela. Divoravo quella mela, ultimo atto di una cena consumata, quella sera, con terribile impazienza. Poi dissi ai miei genitori con voce alta e tono meccanico:
-Ho finito di mangiare, vado al pub con le mie amiche, nonfacciotardiciaociaociao.
Non tornai mai più. Andai da Maria e il suo appartamentino, come un grande cassetto, si richiuse su di me, colmo di giochi cattivi e dolcissimi.
Li subivo tutti, me li gustavo tutti.
In quella casetta di periferia, attratta come Cappuccetto Rosso da un Lupo dalla lingua seducente, sono stata consumata fino alle ossa. Diciamoci la verità, Cappuccetto Rosso mio bello, in fondo al cuore anch’ io, come te, non desideravo altro che di farmi finalmente divorare, senza pietà, senza rispetto, fino all’ ultimo brandello di dignità.
Maria mi aveva proibito di indossare biancheria intima al suo cospetto.
Doveva poter guardare e toccare in qualunque momento e punirmi ovunque, se lo avesse ritenuto opportuno. Mi addestrava ad obbedirle oltre ragionevolezza, annichilendo ogni mia volontà con carismatica disciplina.
Il mio corpo e il mio spirito erano una tela vergine su cui Maria dipingeva con fermezza e con amore, utilizzando i colori del piacere, del dolore e della più inebriante umiliazione.
Rosso: i lunghi capelli, rossi come onde d'incendio, s'infrangevano sulle sue ampie spalle tatuate e sul marmoreo seno, incorniciando capezzoli tesi come punte di lance.
Nero: bendata e immobilizzata da strette corde di nylon, galleggiavo in un buio silenzioso privo di confini, esausta e sudata come lei, che sapeva accarezzararmi più di tutti voialtri imbecilli.
Grigio: il tintinnio dei piccoli anelli infilati nei miei capezzoli contro i suoi tacchi lucidi e laccati.
Bianco: lo sguardo di quell’ uomo alla finestra, nel palazzo di fronte, quando le nostre eleganti tendine si scostarono per un attimo, ed io ero carponi, vestita solo da un raffinato collare per cagne di lusso.
Blu, celeste, azzurro…sono i colori del cielo, ma io non vidi cielo per molti lunghi mesi.
La prima vera alba della mia vita fu l’ ingresso in quel morbido inferno, il mio tragico tramonto è stato pochi minuti fa.
Ora non mi sento bene, sto perdendo decisamente troppo sangue. Meglio proseguire.
Dunque: la seconda attesa che ricordo era quella che consumavo sulle mattonelle brunite del pavimento di casa sua, quando quotidianamente pativo l’ attesa del suo rientro a casa.
Maria mi imponeva di dormire su uno stuoino ai piedi del letto, legandomi accuratamente polsi e caviglie tra di loro, all’ indietro. Imparai a riposare bene anche così. Solo a pranzo, quando rincasava, meritavo di essere slegata. Spesso i polsi erano troppo stretti, le caviglie bruciavano…e poi i morsi della fame… Aspettavo e aspettavo con il viso e il seno nudo sulle fredde mattonelle. Poi il timido, caldo miraggio del ticchettio dei suoi passi, la porta che si spalancava e la sua bellezza che tornava ad irradiarsi sulla mia pelle morsa dal nylon.
“Buongiorno, cuccioletta, dormito bene? Aspetta che ti slego…così potrai fare i bisognini.”
Lei era bellissima. Lei mi amava. Lei era l’ unica che mi avesse mai amato.
Non giudicatemi, chè pure voi, luridi cagnacci, vivete al guinzaglio del vostro padrone, sia egli un grasso capufficio o un ossuto professore, o un padrone mascherato da amico, da genitore, da marito, da figlio! Ho spezzato quei loro sorrisi bastardi, e ho sempre orgogliosamente stretto nelle mie mani le redini della mia vita, così come le stringo adesso, nella mia altrettanto orgogliosa scelta di sottomissione.
Quanto piu mi approssimo al nulla, quanto piu mi sublimo in te, o mia Dea, tanto più mi rigenero dal mio dolore…e imparo ad amarmi nell’essere utile a te, perchè riesco ad arrivare sin dove tu mi ordini…e alla fine mi sorridi…quanto sei bella quando mi sorridi e quando dopo l’ amore mi baci la bocca… e quando mi parli…e quando mi ascolti e come mi ascolti…chi mai mi ha ascoltato come hai fatto tu…dio come mi ascoltavi bene. Mi addormentavo su quel freddo stuoino mentre nella mia anima si allargava un colmo sorriso…cosa potevo desiderare di più?




E anch’io sapevo ascoltare lei, caro Cappuccetto Rosso, eccome! Il suono della sua voce amorevole e autoritaria mi circondava, mi stringeva la carne, mi squoteva gli organi, prostrava tutto il mio essere sotto i suo piedini ben curati, e infine mi fagocitava tra le sue gambe. Il cambio del suo tono modificava direttamente il battere del mio cuore. Le catene di parole e frasi che lei componeva con crudele precisione si agganciavano alle mie membra facendole muovere come una marionetta di carne, portandomi a fare e dire cose che non mi sarei mai aspettata, ma che bagnavano i miei sogni sin dalla prima adolescenza.
Terrore, gioia, senso di colpa, sollievo…tutto era dosato con inflessibile sapienza. Perché lei mi amava, sai Cappuccetto Rosso? Mi amava quanto io amo lei, quanto tu amavi il Lupo.
Sbrighiamoci a finire la storia, tra poco saranno tutti arrivati, e io devo riuscire a morire prima!
La terza volta che assaggiai il sapore di un’ attesa fu quello fresco dell’acqua, l’ acqua che sentivo gocciolare e lo sentivo che continuavi a far scorrere l’acqua, ma dovevi uscire prima o poi da quella stramaledetta doccia no?
Tremavo aspettando che Maria avesse finito la doccia, fissando la corda di nylon.
In questi mesi avevo accettato tutto perché pretendere tutto era nel tuo diritto di Dea.
Ma tu eri mia non meno di quanto io fossi stata tua, avresti dovuto rendertene conto.
Chi era Giordano? Perché ora parli sempre di questo Giordano? Vuoi forse farlo entrare nella tua vita? Te ne sei innamorata? Lo vuoi sposare per farci un’ allegra famiglietta sadomaso? Sull’ altare vi scambierete, invece che anelli, piercing ai genitali? La luna di miele la fate a Auschwitz? Se nasce femmina, cosa appendi sull’ uscio, un bel frustino rosa? Al posto della culla la metti a nanna in un tuo stivale borchiato?
Tutto questo lo urlavo ridendo mentre le squarciavo la carotide in profondità, segando e segando con la sua bella corda di nylon. Mi fai schifo. Ti amo.
Nella tua vita ci sono io e non c’è posto per nessuna altro. Ti ho dato tutto, sono stata la tua cuoca, la tua puttana, la tua domestica, la tua droga…cosa ti manca? Il cazzo? Un maschio? Beh, stavolta, cara padroncina di ‘sto cazzo, hai tirato un po’ troppo la corda. Mastico la tua carne mentre ti svuoti di ogni colore. Il tuo cuccioletto è diventato feroce-ferocino e ti divora tutta, proprio come…guarda un po’…il Lupo Cattivo! Ta-de-daaaan…
Stamattina mi avevi detto: “Cuccioletta, ho deciso che oggi sarà il tuo ultimo giorno al mio servizio, da domani sarai libera.” Libera? Hai deciso? Pazza! Me ne sbatto della tua libertà, chi cazzo la vuole la tua libertà! Fuori non ho mai neanche intravisto un soffio di libertà, solo padroni, padroni volgari e bastardi.
Quando gli sbirri mi hanno strappato dal tuo corpo, che azzannavo e laceravo come una cagna rabbiosa, iniziai a piangere sapendo che la fiaba era finita.
Piangevo ma non avevo paura, perché in fondo …in fondo, amore mio, non ho mai conosciuto alcuna libertà all’infuori delle tue catene…


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PIERROT E IL BONDAGE





















(Tratto da: La Cura per Ogni Male)

Sono vestito di gran classe. Lo stesso abito gessato con gilet di raso nero che indosso quando vado a comprarmi le scorte di Tavor Ultra, Norizan e Ansiolin XP dal Marchese, il vecchio pusher di psicofarmaci che da giovane è stato il farmacista privato di Eva Braun.
Novantanove anni ma non li dimostra. La prova vivente che la chimica fa bene.
Infatti, nonostante la mia necessità di morire, ho scelto di non suicidarmi con la chimica, cui devo davvero molto. Per me la chimica è vita, è lo star bene, il governare le proprie emozioni. Selezionarle, interromperle, accenderle a comando. Per me la chimica è vita, non potrei mai utilizzarla per la morte. Ho una mia etica, cazzo.
Mostro il pass biologico alle due sexy sorelline orientali e i loro sorrisi palindromi mi invitano ad entrare. Naturalmente il pass non era mio, mi era stato procurato dal Console che ho votato e stravotato per anni al parlamento delle Democrazie Centrali. Votato e stravotato senza avere ottenuto da lui niente più che qualche stupido pass come questo. Pazienza.
All’interno, tra le lucide pareti di marmo nero, si stagliano tre splendide ragazze vestite con un abitino di pvc bianco, calze a rete bianche trenta denari e stivali bianchi di cui il destro con il rosso logo dell’Hospital. Cuffiette da infermiere e splendidi sorrisi palindromi.
- Salve e benvenuto nel Love Hospital dove c’è una cura per ogni male. Siamo Karen e Simonella dell’Ufficio Accettazione. Ufficio Accettazione: dai clienti accettiamo di tutto. Dal suo pass credo che lei meriti una delle nostre suite, ma sono disponibili anche camere doppie o un posto in camerata.
- Una bella suite. Si, vorrei alloggiare proprio in una bella suite.
- Perfetto, per il pagamento del ticket si rivolga a noi quando verrà dimesso.
- …e grazie per avere scelto Love Hospital!
Estraggo la mia Carta Clienti d’Identità e mi addebitano l’ingresso.
Una delle tre infermierine alza con leggiadrìa un braccio per indicare un corridoio sul cui ingresso c’è un’insegna al neon: Hospital suites/single rooms.
Non devo lasciare Bios a nessuno. Voglio spendere tutto ciò che mi rimane ma devo stare attento a farmi bastare i soldi per il suicidio.
La porta a vetri automatica con il logo scompare rapidamente da un lato per lasciarmi entrare nella zona suites. Mi inoltro in un breve corridoio, come un piccolo tunnel, senza angoli retti, con sette stanze numerate. Musica jungle viene filodiffusa da una miriade di piccoli altoparlanti rotondi. Nella parete in fondo, si succedono rapidamente proiezioni di ogni tipo di strumenti medici, dallo stetoscopio al forcipe, dal bisturi al clistere. L’unica stanza aperta è la tre. Un alto angelo bruno mi affianca silenziosamente.
- Benvenuto, Cosimo. Io sono Leila. Vieni, permettimi di farti strada.
Camicetta senza maniche stretta stretta in latex bianco, aperta su un ricco petto e una fascia rossa su un braccio con una grossa H bianca. Non avevo fatto ancora in tempo a completare una sola sinapsi che già quel posto mi pareva il paradiso.
La mia stanza era piccola e di forma sferica con un bellissimo letto in plexiglas carezzato da coperte di lino nere su cui era stampato il logo dell’Hospital. La mia amorevole infermiera mi invita cortesemente ad accomodarmi sotto le coperte. Lo schienale era rialzato. Mi sistemo e ammiro davanti al letto un ampio monitor Lcd che proietta un nitido e colorato film pornografico. Il letto ha un bracciolo con sei tasti rossi.
- Ora ti spiego, stellina. Se premi il tasto con scritto tv, cambia la proiezione. Prova.
Schiaccio e sullo schermo appare una tipa che si dimena mentre viene legata molto stretta e tutta nuda da un cowboy, che la sprofonda nel pagliaio di una stalla. Le ruvide corde le mordevano le morbide carni rosa. Premo di nuovo e vedo due uomini muscolosi, di cui uno eccessivamente sudato, che mordicchiano i capezzoli di un terzo uomo con gli occhi rigirati nell’estasi e il corpo sbattuto contro gli armadietti metallici di una specie di spogliatoio[1]. Schiaccio di nuovo e compare un giovane con una sottilissima cresta da mohicano che passa la lingua molto lentamente tra le piccole ditine bianche del piede di una ragazza giapponese adulta ma vestita da collegiale. Lascio qui.
- Ottima scelta, cucciolo. Il pulsante con forchetta e coltello serve ad attivare il proiettore olografico con il menù completo dell’Hospital. Tocca le pagine olografiche e vedrai che si sfoglieranno per te. Quando hai finito di selezionare, premi ordina. La tua ordinazione verrà istantaneamente trasmessa ai nostri terminali e ti soddisferemo in pochi minuti. Il pulsante con la croce è per chiamare me o un’altra infermiera per eventuali suggerimenti sul menù. L’ultimo pulsante è per regolare lo schienale e l’intera struttura del letto. Adattabile ad ogni tipo di posizione sessuale. A dopo, tesoro.
Si allontana sculettando in modo altamente professionale.
Incantato ma anche un po’ imbarazzato, solo dopo molti minuti trovo il coraggio di schiacciare il bottone con forchetta e coltello. Una decina di piccole luci si accendono intorno a me e i raggi incrociati di questi microproiettori materializzarono, a dieci centimetri d’altezza dalla mia pancia e a venti dai miei occhi, un menù di tutto rispetto.
Copertina bianca con sul dorso la croce rossa con il cuoricino. Un bel volumetto virtuale da sfogliare con un tocco del mio dito.
· Menu/Parte prima/Farmacoterapia.
Di seguito scorre un lungo ed articolato elenco di cocktail: duecento, anche di più. Molti con nomi bizzarri, legati ai farmaci. Venivano serviti in fiale o in boccette come quelle degli sciroppi. Una fialetta di rhum e pera costava tre bios, ma già una fiala di Havana Club ne costava ben sette, poi c’erano le pillole alimentari, da quelle al gusto alsaziani e pistacchi, tanto per stuzzicare, a compresse di arrosticino di pecora, capsule di bistecca ai ferri, pastiglie di pecorino di Atri, granulato di vitello alla brace oppure – per chi voleva – pasti completi vegetariani. Mi accontentai di una boccetta di gocce di brandy. Da piccolo, ti ricordi mamma, mi facevi sempre quel dolcino inzuppato di brandy quando mi sentivo un po’ giù, per farmi tornare il buonumore. Ora però sono cresciuto, e per sicurezza quando mi sento giù insieme al dolcino al brandy mi butto in gola anche un flaconcino di Mogadon 3000 e una mezza tavoletta di Sobril.
Era l’una e mezza e non avevo ancora cenato, quindi ordinai anche un bel blister di capsule all’antipasto misto, sperando fosse compreso anche il prosciutto e melone. Un tubetto di Viagra alla menta era incluso nel coperto.
· Menu/Parte seconda/Terapia.
Pagina 1 di 6. Etnie disponibili oggi:
Nordeuropea, europea orientale, orientale-nipponica, orientale-cinese, maghrebino, ariano europa centrale, africa subsahariana, lappone (solo su prenotazione), latino-americana, rom/sinthi, africa coloniale, irlandese.
Incrocio etnico del mese:
75% dominicana 25% ucraina
Pagina 2 di 6. Orientamento sessuale.
Etero/m, etero/f, bisex/m; bisex/f, trans operato (minimo due persone), trans no-op, lesbica, lesbica inversa, lesbica trav, gay, gay trav.
Pagina 3 di 6. Ruolo.
Infermiera sadica, infermiera amorevole, dottore superdotato, poliziotta, collegiale, cameriera, marine, marinaio, scimmione peloso, maiale umanoide, terrorista arabo, sceicco ubriaco, console degli Usa, nobildonna vittoriana, punk-rocker, dark lady, skinhead, ballerina di rock’n’roll anni ’50, operaio, idraulico, redneck della Louisiana, geisha, necromante, anoressica damigella in pericolo, cavaliere in cotta di maglia, uomo d’affari, segretaria, donna sovrappeso in carriera, samurai, barbone, prostituta, maestrina, ufficiale nazista, interrogatrice del Kgb, sexy cyborg, cavallerizza, Alien, Lupo Alberto, Ronald Mc Donald.
Pagina 4 di 6. Età.
Personalmente preferisco la donna matura, alla quale non devi spiegare nulla, anzi. Purtroppo non tutti la pensano così. Anzi.
Pagina 5 di 6. Pratiche sessuali disponibili oggi.
Missionario & pratiche occidentali, kamasutra (aprire sottomenu), oral, anal, bondage, foot worship, gang bang (minimo 5 persone), teasing & denial, lesbian, gay, fisting, voyeurism, bdsm (aprire sottomenu), trampling, facesitting, cumshots (specificare zona del corpo), pissing, scat & watersports, animal (maggiorazione - vedere listino accessori), rape, nude wrestling, pony-play, toys.
Pagina 6 di 6. Ambientazione olografica.
Ospedale, prigione, fienile di campagna, cottage con camino, sedili utilitaria, sedili Rolls Royce, dungeon medioevale, cinema, palcoscenico della Scala, bagno del liceo scientifico, ascensore, pavimento (legno/pietra/parquet/moquette/magazzino) sala da biliardo, caserma, spogliatoio squadra di rugby, tramonto sul mare, autobus affollatissimo, negozio di scarpe, luogo di culto (chiesa cristiana, luterana, presbiteriana, thelemiana, ortodossa, satanista, circolo di dolmen, area totemica) bunker di Hitler, ultimo piano Torre Eiffel, capanna etnia bantù, monastero Dalai Lama, piazza Tien-an-Men, villa di Arcore, mensa della Fiat, cucina di un Mc Donald’s.
Purtroppo tra le mille opzioni non c’era quella di morire. Devo riuscire a ordinare questo Pierrot. So che è un trans, viene dall’est europa e lavora come dominatrice. Digito questo e quest’ altro e poi incrocio le dita.
Centinaia e centinaia di piccole luci dai microproiettori olografici iniziano ad accendersi a due a due nella mia stanza. Fasci di colori inondano tutto incrociandosi fino a travestire con ologrammi ultradefiniti ogni oggetto intorno a me.
Ora poggio su un traballante tavolo medievale di un mogano molto scuro coperto non più dall’esile lino bianco dell’ospedale ma da una spessa e ruvida stuoia di pelle di qualche bestia a me sconosciuta. La stanza adesso mi appare enorme, edificata con solide lastre di pietra da taglio. Ne avverto persino l’umidità. Il pavimento a mosaico è un assemblato di piccoli elementi tra cui frammenti di marmo, pietra, ceramica e quant’altro, perfettamente spianato e con delle tessere rosse a formare sul pavimento il logo dell’Hospital. Sulla parete di fronte a me, apparentemente profonda il doppio di quanto lo era prima, al posto dello schermo sono incastonati nella pietra grossi anelli di ferro battuto. Dall’alto e buio soffitto oscilla, tintinnando, una lunga catena di robusti anelli, che reggono una gabbia di metallo abbastanza ampia da contenere un paio di uomini, con all’interno una pila di copie di The Economist che però sfrigolano e si dissolvono subito in un effetto neve: un piccolo bug nel software dell’oloproiettore. C’è del sangue rappreso sul fianco di una grossa cisterna piovana in legno, parecchio lontano da me e il pavimento è sporco, con residui di pane e di ossicini rosicchiati che conducono fino ad un piccolo e freddo camino, spento e senza legna, la cui mensola è retta da due poppute cariatidi simili a quelle del trono di Nkrumah.
( Continua... )

[1] L’uomo dagli occhi rigirati, Giordano Nazarenson, prima di approdare al ricco mercato del porno era già celebre per essere l’ultimo discendente di una famiglia di folli contadini delle paludi della Lousiana. Convinti di essere i discendenti diretti di Gesù, a loro avviso nato in un fienile di Redneck Creek, hanno praticato rapporti sessuali solo tra consanguinei per generazioni per mantenere vivo nei loro figli il sangue del capostipite.

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PARTITO PER L' ESTINZIONE VOLONTARIA DELLA RAZZA UMANA




Brainvision pop-up: Messaggio elettorale autogestito del Partito per l’Estinzione Volontaria della Razza Umana

Caro elettore gentile elettrice,
la tua ora è giunta. Adesso, finalmente, il mondo funzionerà a dovere.
Chi affama il terzo e quarto mondo? Gli uomini. Chi devasta il nostro pianeta con le guerre? Altri uomini, probabilmente gli stessi. Qual è l’unica porzione dell’esistente che avrebbe mai dato fiducia al Console Miloni? Sempre quelle bestiacce. Perché prendersela quindi con astrazioni come la “sete di potere”, accusare le ideologie o antropomorfizzare il male?
Unisciti a noi, lottiamo insieme per un mondo veramente di pace e d’amore.
Partito per l’Estinzione Volontaria della Razza Umana
L’uomo non ha difetti, l’uomo è il difetto!
L’uomo è l’unica vera schifezza che Dio abbia mai creato!
Liberiamocene.

Partito per l’Estinzione Volontaria della Razza Umana
L’altromondo è possibile!

I punti cardine del nostro programma di governo.

L’Ambiente.
La salvaguardia della natura e del paesaggio è tra le nostre priorità assolute. Il suo principale nemico è l’uomo, parassita egoista che depone ovunque alberghi di sguazzoni e puzzolenti fabbriche. Stiamo sintetizzando speciali anticrittogamici che, spruzzati su queste devastanti cavallette invasate dal Dio Denaro, le stermineranno in pochi istanti. I biechi riformisti che si annidano tra voi potranno obiettare che l’uomo fa parte egli stesso della natura. A tali individui gioverebbe ricordare che un totale di trentamilaquarantasei organismi animali e vegetali si sono estinte negli ultimi 25 anni. In tutti i casi l’arma del delitto è stata l’attività dell’uomo. Attualmente, l’uomo fa parte della natura esattamente quanto una ruspa scorreggiona fa parte di un ecosistema.

Il Lavoro e l’Economia.
Il sistema capitalistico necessita per sopravvivere di ciechi compratori o di lavoratori sfruttabili. Tagliamo la testa al toro: non procreiamo più!
Gli operai attuali saranno tutti morti per incidenti sul lavoro nell’arco di un decennio e gli infami padroni, senza più nessuno da sfruttare, creperanno di fame e di rabbia.

L’Immigrazione.
La nostra lista è contraria all’immigrazione. Non certo a quella da un paese ad un altro, come sbraitano le forze conservatrici che hanno imposto la chiusura armata delle frontiere. Tracciare linee sul suolo e impedire alle persone di oltrepassarle è una delle vigliaccherie tipiche del genere umano. Le restrizioni all'immigrazione sono invece necessarie nei pochissimi angoli di natura rimasti ancora incontaminati, nei fragili ecosistemi ancora salvi dalle grinfie dell’uomo. “No men (or women) allowed”. “Vietato l’ingresso al genere umano”.

La droga.
Noi siamo assolutamente contrari al neoproibizionismo introdotto dal Programma Simmetria; siamo per la legalizzazione di tutte le droghe ad eccezione di quelle leggere, che è giusto che rimangano severamente vietate. La correttamente entropica eroina uccide senza vie di fuga chi ne fa uso e nel frattempo approssima all’impotenza, aiutando la nostra missione. Durante l’effetto del cosiddetto spinello, invece, la vita appare tutta rosea come le chiappette di un neonato. L’euforia che si genera in quei momenti può infondere una gran voglia di intraprendere azioni che potrebbero portare a mettere al mondo altri esseri umani. Rischio da scongiurare senza se e senza ma.

In ogni caso, la vita sulla terra è andata avanti milioni di anni senza la presenza dell’uomo, quindi il mondo può tranquillamente tornare a fare a meno di te!

Vota e fai votare:
Partito per l’Estinzione Volontaria della Razza Umana


E che l’ultimo spenga la luce!


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LA MORTE DI HARRY E L' INVOLTINO PRIMAVERA





Tratto da: Sushi Bar Sarajevo

Sulle note di un vecchio brano dei Velvet Underground, il taxi sfreccia tra gli ampi boulevard di Nova Pescara tagliando i coni di luce elettrica degli altissimi lampioni dello spartitraffico. Con il poderoso e rossastro collo taurino teso in avanti, Jeff, alla guida del taxi, divora i pochi chilometri che lo separano dal D’Annunzio Coliseum, uno dei più grandi teatri delle Democrazie Centrali. Infastidito dalla fitta pioggerellina generata dal microclima artificiale, Jeff impreca sottovoce contro i tergicristalli che non funzionano. Un istante dopo, però, rasserena i suoi piccoli occhi porcini con le cifre del tassametro, che gli confermano una corsetta, in fin dei conti, più che soddisfacente. Ad ogni curva, Harry Soldati e Maria Pasetta in Soldati, i passeggeri, si stringono teneramente la mano, per poi sorridersi chinando lievemente il capo l’uno verso la spalla dell’altro, quando l’auto ritorna su un rettilineo. Jeff avrebbe voglia di sputare a terra, ma si limita a sbuffare un grugnito ad ogni smanceria consumata nel suo taxi. Di tanto in tanto getta un’occhiata severa a Massimino, il figlio dei Soldati, addormentatosi sul sedile accanto al suo con la faccia sepolta sotto i riccioli rossi che gli coronano la testolina come un cesto di lumache. La vettura rallenta all’ingorgo di viale D’Annunzio.
- Siamo quasi arrivati, orsacchiottino - sussurra Maria a Harry.
L’orsacchiottino che le risponde con un lento bacino soffiato ha quarant’anni da circa quarant’ anni, nel senso che in qualunque fase della sua vita ha sempre dato l’impressione di avere circa quarant’anni, cosa che potrebbe però giovargli quando ne avrà settanta. Occhi sempre rivolti a terra, un abile riporto sulla grossa zucca e un piccolo tentativo di tatuaggio su una coscia, inciso a sedici anni dopo un crepacuore a causa di una compagna di banco che lo aveva rifiutato per il prepotente giocatore di Fightball della classe accanto. Insieme alla lettura di Opus Pistorum di Henry Miller, quel tatuaggio era stato l’unica trasgressione della vita di Harry Soldati.
Quando il taxi si arresta ad una coda proprio accanto al ristorante cinese Xi-Hu Lago dell’Ovest, Maria tira la mano del marito fino al proprio morbido petto e le loro due bocche si allargano in luminosi sorrisi. Nel fresco profumo dell’arbre magique alla rosa selvatica del taxi di Jeff, riconoscono il ristorante dove avevano consumato la loro prima cena insieme. Maria Soldati ha trentadue anni, un dolce viso un po’ largo e dei capelli biondo cenere ben acconciati. Quell’indimenticabile sera indossava un vestito pastello né corto né lungo e due stivaletti di camoscio senza tacco. Adorava mangiare cinese e i suoi occhi azzurri, oltre il bicchiere della celebre quanto annacquata birra Tsing-Tsao, trapassavano il cuore di Harry per la gratitudine. Per Maria quella cena era un evento. Sei anni prima, infatti, dopo aver seguito in televisione una puntata del programma L’ora si avvicina sul complotto cinese e sull’Armata Rossa di Terracotta, il padre aveva proibito sia a lei sia alla sorella di mettere piede nei ristoranti cinesi. Il documentario aveva suggestionato il padre di Maria con l’ipotesi che i cinesi si stavano diffondendo in tutto il globo senza però mescolarsi alle società occidentali per lanciare, nel giorno del “sol dell’avvenire”, il progetto Armata Rossa di Terracotta. Quel giorno il mondo avrebbe visto con orrore migliaia di micidiali androidi militari Mao R-09 marciare fuori dalle cantine, dalle cucine cinesi e dalle fabbriche abusive di fuochi d’artificio. L’assemblaggio di queste invincibili milizie del socialismo neorealista sarebbe stato possibile grazie agli introiti delle vendite di involtini primavera, sakè, incensi al loto nero, accendini sagomati, reggiseni e quant’altro. Quella sera al ristorante cinese, Harry e Maria, subito dopo aver inghiottito un bocconcino di pollo al bambù (ed aver, quindi, finanziato l’alimentatore di un fucile al plasma), si diedero il primo dei tanti baci che avrebbero costellato la loro storia d’amore.
Jeff accosta davanti al D'Annunzio Coliseum. Una titanica struttura di forma ellittica, come un mostruoso e splendente scarafaggio bianco accovacciato al centro di Nova Pescara, infilzato da regolari file di bandiere delle nazioni aderenti alla carta delle Democrazie Centrali. Tra i due piccoli proiettori olografici a sfera sul davanti scorreva l’ologramma del titolo dell’evento di quella serata, una puntata speciale per il decennale del talk show Salto nel Torbido, rigorosamente dal vivo. I signori Harry e Maria Soldati svegliano Massimino, scendono dal taxi, pagano aggiungendo una dignitosa mancia sottolineata da un amichevole sorriso, ringraziano e s’incamminano lungo la passerella di marmo ambrato che conduceva all’ingresso. Jeff intasca furiosamente il malloppetto, sussurra un’ennesima imprecazione per scandire il tempo e s’innervosisce per essersi ritrovato d’improvviso a corto di critiche nei confronti dei signori Soldati. Subito dopo, non accettando di provare gratitudine per quei due, sbatte con forza la portiera e sgomma via verso la sua feroce solitudine.
Henry Soldati spalanca l’ombrello di famiglia e, stringendosi Maria al petto e Massimino alla gamba destra, azzarda una corsetta verso il lato ovest del Coliseum, dove iniziava la serpentina per i biglietti che circondava l’intero edificio. Ai lati dell’ingresso si ergevano due imponenti busti del Vate in metallo cromato: i loro piccoli ed astuti occhietti erano fari che proiettavano coni di intensa luce elettrica nel cielo di una notte monocromatica. Stretti nella coda, i signori Soldati si guardano e si sorridono senza parlare per oltre tre quarti d’ora, mentre il povero Massimino sbadiglia nella sua disperata lotta contro il sonno. Harry e Maria fanno spallucce al passaggio di quegli uomini e quelle donne con le tessere Vip o con i pass del Console Miloni che marciavano all’interno senza dover rispettare la fila. Maria ha degli splendidi orecchini d’oro a cerchio, con tre brillanti. Li ha lucidati con cura per un pomeriggio intero con una mistura chimica di acetone e Puligold. Maria avrebbe ucciso sua madre versandogliene un’intera boccetta nel latte macchiato, pur di ottenere la tessera Vip ed entrare al Coliseum senza dover fare una fila del genere, sotto la pioggia, insieme a quell’idiota fallito di Harry.
Faceva davvero molto freddo. Harry si toglie la sciarpa di lana bianca e la avvolge intorno al collo morbido di Maria, sorridendole teneramente. Si ricorda, infatti, la brutta tonsillite di cui Maria fu vittima durante il rigido autunno dell’anno precedente e teme possa ricaderci. Harry sgozzerà barbaramente Maria, impugnando una bottiglia spezzata di Montepulciano D’Abruzzo durante la festa di San Cetteo, affermando che glielo aveva comandato San Cetteo in persona adducendo a motivazione “Chillì è ‘na zoccola”. L’omicidio gli avrebbe garantito un paio di settimane abbondanti di notorietà e, finalmente, anche una tessera Vip.
Maria, per un attimo, pare notare una scintilla di violenza nel solito sguardo da beota di Harry ma, subito dopo, la sua attenzione viene calamitata dalle urla provenienti dall’ingresso privilegiato. Un centinaio di giovani e giovanissimi contestatori intonano slogan e brandiscono cartelli di condanna contro la corruzione del Console Miloni e del Governo delle Democrazie Centrali di cui la Federazione Oclocratica dell’Adriatico faceva parte. Inizia un lancio di uova e vernici colorate contro la fila dei Vip. La maggior parte delle donne indossa scialli di visone e di asino del Labrador o lunghi soprabiti di mussola bianca indiana. Altre sfoggiano pellicce di infante thailandese platinato con coutisse in vita e finimenti di gatto dell’isola di Man. Le pellicce sono lasciate ampiamente scollate e sono coronate da grandi cappelli d’ermellino, impreziositi da cammei in avorio di unicorno vergine. Sono tutti capi anti-noglobal dotati di un sistema di allarme che secerne un detergente al sebo diatermico in grado di disintegrare in pochi istanti vernice, uova, pomodori, urina, sangue o sperma senza alterare minimamente la morbidezza e il volume del pelo.
La protesta va per le lunghe, ma i Soldati hanno quasi concluso la fila.
Cambiano il voucher alla cassa e si accingono a pagare i biglietti. Posti g-789, g-790 e g-791, parecchio dietro ma, orizzontalmente, abbastanza centrali. La cassiera sorride a Massimino.
- Oggi il vostro pargoletto entrerà gratis. È una puntata speciale con tante sorprese specialmente per i più piccini.
All’interno, tra tutti e nove i settori, la struttura disponeva di oltre dodicimila posti a sedere. Il Gabriele D’Annunzio Coliseum è un capolavoro di Takeshi Miike, visionario artista giapponese innamorato dell’opera dannunziana, che in questa architettura d’avanguardia ha concretizzato tutte le proprie teorie sul rimodellamento dello spazio, la ridistribuzione teatralizzata delle luci e la mescolanza degli stili.
Quattro colonne di metallo, diramandosi come intricati e lucidi alberi degli elfi, si perdevano in alto a sostenere il tetto dell’arena-teatro. Erano ornate in modo disciplinato da lampade a vapori di mercurio, oltre che, più su, da enormi casse sferiche amplificate per il surround. File di lampade alogene, bianche e quadrate, correvano lungo le pareti, stordendo di luce chi percorreva il perimetro del Coliseum. Il palco era nascosto da un ampio tendaggio rosso molto vivace, lo stesso rosso che rivestiva le 33 poltroncine delle tribune speciali. A est e ovest erano montati fogli A4 al plasma Samsung per riprodurre le immagini del palco. Ampie scalinate laterali in quarzite cristallina di Vienna, con sottile corrimano in acciaio e gradini dipinti con neri ideogrammi giapponesi, conducevano alle piccionaie superiori.
La famiglia Soldati spinge e si assottiglia per cercare di arrivare ai propri posti ma, un istante prima di poggiare il sedere sulla plastica nera con il logo del Coliseum, a Maria si mozza il respiro in gola: Luisa e Sarah Jane. Avevano trovato i biglietti ed erano diverse file davanti a loro.
- Ma come diavolo hanno fatto quelle due stronze - pensa sconvolta la signora Soldati - Mio dio… otto… sono ben otto file davanti a noi! Che vergogna. Dio mio, vorrei morire ora. Se si girassero e mi vedessero qui, sprofonderei per l’umiliazione, già m’immagino il sorrisetto di Sarah Jane riflesso nello specchio mentre mi fa la messa in piega.
Di colpo gli occhi sgranati e il freddo in gola che Maria avvertiva, convogliano in una furiosa rabbia. La donna rotea lentissimamente il capo verso Harry, che rovistava ancora nella sua borsa di pelle alla ricerca del visore per le distanze.
Dentro il cervello di Maria rimbombano tutte le frasi che vorrebbe urlare.
- Come puoi avermi fatto questo! Alle tre! Altre tre ti ho svegliato, pezzo di cretino! Dovevi essere il primo della fila e pigliare i biglietti davanti, no ‘sti posti da morti di fame!
Tirato giù dal letto e gettato in strada a quell’ora da una donna arcigna quanto inferocita, la forza di volontà di Harry non aveva retto. Dopo aver percorso un centinaio di metri alla ricerca della sua Fiat, dimentico che era in riparazione dal meccanico, aveva scelto di gettarsi dentro al Trabajo De Boca, una sordida lap-dance sottoproletaria sotto casa cui aveva sempre sognato di fare visita. Aveva trascorso così le ultime ore della notte e le prime del giorno seguente a farcire di soldi il perizomino verde-speranza di Heléna, un’ucraina non più giovanissima. Era poi finito addormentato nell’unica toilette del Trabajo con la mano sinistra che stringeva fiera il perizomino conquistato e quella destra senza più la fede né il Rolex.
Il mattino dopo, in ginocchio da un suo collega dallo smisurato senso della pietà, dopo ore di disperati piagnistei, aveva avuto due biglietti omaggio, sebbene per la lontana fila “G”, e un’efficace pomata alla gentamicina per far andar via al più presto il gonfiore del capezzolo e i segni delle sculacciate e dei succhiotti della notte prima. Che il marito si facesse sculacciare, ricoprire di cera bollente o crocifiggere in sala mensa, a Maria non importava un bel niente, purché la fila e il settore dei biglietti esprimessero la superiorità sociale della famiglia Soldati rispetto a quelle due misere parrucchiere sghignazzanti.
- Sei un cretino Harry - sussurrano gli occhi di Maria - sei un perdente, e io non voglio invecchiare accanto a un perdente.
Quando in seguito Harry brandirà la bottiglia rotta per squarciarle la gola, Maria, infatti, fisserà gli occhi del marito - occhi severi, determinati, forti, spietati - e sarà l’unico e solo momento di ammirazione che lei avrà mai provato per lui in tutta la loro vita insieme.
Tre colpi di gong si succedono nell’arco di un quarto d’ora. L’ultimo annuncia che il Talk Show stava iniziando.
Buio in sala.
(Continua...)


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QUANT' ERA BELLO...




Sono solo, triste e un po’ infreddolito. Appoggio lentamente la schiena sulla sabbia. Il mio sguardo si perde in quella strana tonalità tra il grigio e il celeste che colora l'aria in questo tardo pomeriggio. Il cielo è solcato dal rapido volo di un gabbiano, solitario come me. Mi alzo a sedere. Le lunghe onde dell’Adriatico s’infrangono placide dopo aver sfavillato per un istante, forse due. Respiro piene boccate di iodio. È bello vivere in una città di mare, e l’Adriatico è il più romantico dei mari. Lei si tuffa di nuovo, riemerge splendente, mille gocce d’acqua le fanno brillare il seno. Mi fa cenno di andarle vicino, ma ormai è troppo tardi. I miei occhi sono fissi sull’ultima luce del giorno in definizione 1280 x 1024.
Il mio sperma schizza fino alla linea di pixel dell'orizzonte.
Mi ricompongo mentre dopo circa un minuto inizia a svanire l’effetto del collirio Virtual Eye ed esco soddisfatto dal bagno. Basta coi vecchi elmetti di pornografia virtuale! Tre gocce del collirio Virtual Eye nel fornice oculare e avrai le visioni 3D interattive, tattili e in odorama più splendide e sensuali della tua vita. Senza le stratosferiche bollette dell’Enel. Collirio Virtual Eye, era bello vivere in una città di mare, era romantico l’Adriatico prima che fosse cementato e reso abitabile, ma il progresso è tutta un’altra cosa. E costa solo 20 euri!
Collirio Virtual Eye, disponibile nelle versioni xxx, romantic, business money-making e hooligan derby a seconda dei sogni che vorrai vivere.

Collirio Virtual Eye: Sogni d’oro.

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24.7.05

FINO ALLE OSSA






FINO ALLE OSSA

Bomba su bomba su bomba
stupida morte piove dal cielo
Su di noi
Sporchi, che in silenzio aspettiamo.
Velocemente
il cielo si macchia d'incubo.
Ma noi siamo immobili.
Nudi.
Invincibili.
Gli occhi dritti verso il sole che precipita verso di noi.
Siamo negri, froci, punk, puttane.
Arriva
Siamo nani, ciccioni, scheletri.
Arriva.
Siamo i peggiori, ma forse no.
E non abbiamo
Nessuna paura mentre l'ossigeno urla.
Iniziamo a bruciare.
Nessuna lacrima.
La nostra pelle arde in lingue di fuoco che s'innalzano
a sbeffeggiare le stelle, le religioni, le ideologie.
Nella desolazione: siamo fieri fino alle ossa.
Scoppiamo in risate invincibili,
che squartano il buio, la morte,il potere.
Siamo ridotti in cenere, eppure ridiamo.
Spazzàti via dal gelido vento della fine del mondo,
ridiamo sempre più forte. Ridiamo di voi.
Mai.
Non vincerete mai.




LEGGI IL RACCONTO

6.6.05

End of the Blog! Alla prossima!






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